Vorrei andare via dall’Italia


Queste, le tristi parole pronunciate dal ragazzo marchigiano aggredito nella notte di Venerdì, all’uscita del Gay Village di Roma. Parole che fanno male più di un pugno nello stomaco, dettate probabilmente dalla convinzione che in altre capitali europee il clima sia quantomeno un po’ meno pesante per chi decide di amarsi liberamente alla luce del sole. E’ questo probabilmente che ha mosso l’aggressore, deve aver pensato che nel letto di casa propria ognuno è libero di fare ciò che gli pare, ma questi due “schifosi” che si baciavano in pubblico proprio non poteva accettarli. O forse più probabilmente non ha pensato affatto, ha dato sfogo agli istinti più bassi di cui un uomo può essere capace e ha pensato bene di punire quei due “scherzi della natura”. Intanto è di moda e ci si sente dei grandi a prendersela con il “diverso” di turno, sia gay, migrante, tossico e via dicendo. Non stiamo parlando purtroppo di qualcosa di nuovo nel nostro bel paese, le aggressioni nei confronti della comunità GLBT si susseguono ciclicamente e il clima barbarico che si respira in quest’estate afosa non fa che peggiorare la situazione. “Questo gesto offende la coscienza di Roma e chiedo l’arresto del vile” ha tuonato Alemanno. Sarà stata la distrazione o il caldo ma mi sono chiesto di chi stesse parlando, se dell’aggredito marchigiano o dell’accoltellatore coatto. Stava proprio parlando di quest’ultimo il Sindaco con la croce celtica al collo, pensando forse di lavarsi la coscienza, di non avere responsabilità per il clima omofobico che giorno dopo giorno sta cercando di instaurare nella capitale. Non sono certo queste lacrime di coccodrillo a rimuovere decenni di discriminazioni perpetrate da tutti i Governi susseguitisi in questi anni.

Queste, le considerazioni che mi hanno reso più complicato del solito, prendere sonno nella notte passata nonostante una piacevolissima giornata passata a discutere coi compagni di Novara e una tranquillissima e serena serata passata con la mia compagna. Ricordo ancora alcuni pensieri, di quelli che si fanno quando finalmente Morfeo sta piegando le tue resistenze. Più che pensieri forse sarebbe meglio dire immagini che si susseguono rapide una dietro l’altra. Mi vedo a Milano al mio primo pride alla fine degli anni 90, quando in compagnia di Massimiliano ero andato alla manifestazione convinto di manifestare per i diritti di qualcun altro e sono tornato  a casa con la convinzione di avere manifestato anche per i miei. Penso ai primi gay che ho conosciuto nella mia vita, di quelli che facevano rumore. Era la fine degli anni 80 e in un paesino di 6000 anime, chi aveva il coraggio di non nascondersi, passava sotto la morale pubblica dei compaesani. Me li ricordo con una dignità incredibile, tremendamente gentili, leggendari. Penso alle nostre bellissime drag queen di Torino che si sono esibite nelle loro performance al Crocevia, che ci hanno provocato e fatto mettere in discussione, alla gioia provata quando a notte inoltrata, ritornate nelle loro case, hanno voluto scriverci una mail per ringraziarci e dirci che raramente si erano sentite così a loro agio in un centro sociale. Penso ai compagni gay e alle compagne lesbiche che conosco in giro per l’Italia, in realtà pochissimi e mi dico che qualcosa non torna, che forse anche noi non siamo proprio troppo accoglienti. Sorrido all’immagine di Max e Cristal a primo piano che le cantavano e le suonavano a quello stalinista di Zanonato. Alle trans del ghetto genovese, straordinarie compagne di strada della comunità di Don Gallo. Ormai esausto mi lascio abbandonare al sonno immaginando Stonewall, ma non la rivolta di quarant’anni fa. Una nuova Stonewall, in Italia, una di quelle notti che non facciano pensare mai più a un ragazzo gay di volersene andare dall’Italia.

 

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