L’essenziale è invisibile agli occhi


Se oggi guardo il Crocevia non vedo quelle quattro semplici mura immerse nel verde di Forte Acqui, che il comune ha deciso di sgomberare nel tentativo di risolvere l’unica anomalia politica rimasta libera in città. Il Crocevia non è quello spazio fisico che ci vogliono togliere, o meglio, non è semplicemente quello. Noi non siamo vivi perché abbiamo quelle quattro mura, sono quelle quattro mura ad essere vive perché ci siamo noi. Intendiamoci: quello spazio rappresenta l’inizio della nostra storia, ha un valore affettivo e simbolico inestimabile per ognuno di noi, un valore che siamo tutti pronti a difendere fino in fondo alla nostra maniera: degni, fieri, ribelli. Ma se anche non ci dovessimo riuscire, l’anomalia che rappresentiamo sarebbe tutt’altro che risolta.

Quando quattro anni fa mi sono imbattuta nel Crocevia, anche per me non era altro che un luogo, certo diverso da tanti altri, ma pur sempre un luogo. Solo vivendolo giorno dopo giorno ha incominciato ad assumere un significato altro e profondo. Crocevia è per me tante cose.  È la volontà sempre fiera di essere riparo, ascolto, speranza, sostegno, conquista, alternativa per tutti coloro che non trovano risposte. La sensazione di non essere mai arrivata e di non volermi mai fermare, l’emozione di percorrere un cammino senza essere mai sola, la consapevolezza di aver scelto la strada più impervia e la gioia di non averla mai abbandonata. Il sentire in ogni istante e in ogni luogo la responsabilità del mio essere e del mio agire. Il non avere paura nel vivere spesso e volentieri controcorrente, perché la legittimità di un’idea non teme il confronto, il conflitto e i suoi esiti neppure se sconfina nell’illegalità. Crocevia è un’idea che, come tale, sfugge ad ogni tentativo di controllo, di normabilità, di arresto, di sgombero. Crocevia è ovunque, nello spazio e nel tempo. Crocevia è la sommatoria sempre differente e mai definitiva dei fratelli e delle sorelle che lo alimentano ogni giorno, è la sommatoria delle loro passioni, dei loro stimoli, delle loro capacità e dei loro sogni.

Mentre in qualche angolo di Alessandria i soliti noti stanno provando l’orgasmo politico più intenso e duraturo della propria carriera nel pensarci sconfitti, io sorrido. Sorrido alle parole vuote, banali, standardizzate con cui si compiacciono della loro gloriosa quanto inconsistente vittoria. Sorrido ai plausi rivolti all’amministrazione comunale e alle grida di giubilo rivolte al cielo. Sorrido al pensiero delle loro facce smarrite quando si accorgeranno di avere fatto male i conti, di non averci osservati a fondo, di avere perso la loro battaglia prima ancora di averla cominciata. Sorrido perché conosco un segreto, lo stesso che la volpe ha svelato al Piccolo Principe: “È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

 

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