Storie di incomunicabilità quotidiana


Centotre. Centotre migranti si sono presentati al Laboratorio Sociale di Alessandria, nel solo mese di ottobre, per imparare l’italiano. La maggior parte di loro a stento è riuscita a dirci il proprio nome e cognome. Molti sono arrivati su indicazione di un amico o di un impiegato di qualche ufficio pubblico, con un foglietto in mano su cui erano scritti il nostro indirizzo ed il nome di uno di noi. Mi sono trovata di fronte a persone impaurite, con lo sguardo perso nel mio, che non capiscono una sola delle mie parole e che nonostante tutto provano a fidarsi di me, dei miei occhi, di un mio gesto. Ho visto l’imbarazzo di chi si sforza per trovare le parole e poi, stancamente, fa un sospiro e abbozza un sorriso a testa bassa. Ho letto la disperazione negli occhi pieni di lacrime di uomini che implorano un aiuto, perché senza parlare l’italiano non possono lavorare e mantenere la famiglia. Ho cercato, con parecchi magrebini, di sfoderare il mio francese migliore, ma dopo aver provato lo stesso senso di inadeguatezza che loro provano quando parlano in italiano con me mi sono sentita alla stregua dei quattro antirazzisti bianchi che pensano di aver risolto ogni problema dando una pacca sulla spalla al povero extracomunitario di turno e via.

Il problema è ben più complesso. Se ci poniamo l’obiettivo di andare oltre quella supponente retorica radical chic da salotto che impone una vicinanza esclusivamente ideale al migrante, percepiamo come il nostro agire debba partire da molto più lontano. Dobbiamo essere capaci di assumere noi il ruolo dell’altro e per la prima volta osservare il mondo dall’altra parte del mondo. Dobbiamo oltrepassare la linea di confine delle convenzioni e finalmente capire che l’avvicinamento è fatto di due parti lontane che sempre più si vanno incontro. Non possiamo pretendere, come anche la sinistra più arida pretende intimamente, che lo sforzo sia unilaterale, che solo l’altro debba sbilanciarsi verso di noi fino a cadere, fino a non sopportare più il peso di una forzata separazione. Per questo decidiamo, con tutta la convinzione e la coscienza di chi ha fatto il suo piccolo viaggio dall’altra parte del mondo, di fare un primo passo verso i nostri fratelli migranti, per rendergli più dolce il cammino che va verso una società davvero meticcia, solidale, antirazzista. Mentre i migranti si impegnano quotidianamente nell’aula della nostra “scuola”, in una delle stanze vicine daremo vita, da mercoledì 11 novembre, ad una nuova straordinaria esperienza: un corso di lingua e cultura araba. Un corso che restituisca ad una delle culture più antiche esistenti la dignità ed il rispetto che merita, che sia capace di strapparle di dosso quell’aura di esotismo che per troppo tempo l’ha snaturata, ridicolizzata, resa incomprensibile a tanti e temuta da troppi.

 

 

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