COP.enhagen


Uno dei momenti indubbiamente più interessanti delle nostre giornate a COP15, è la nostra assemblea. Senza voler fare esercizio di autocelebrazione, ma come di un dato di fatto relativo al resto, ad altro che sta da altre parti, quelle straorganizzate e sponsorizzate del KlimaForum, come quelle tendenti al trash dei luoghi “radicali”.

Duecento attivisti, la stragrande maggioranza dei quali molto giovani, che provengono da tante realtà di lotta territoriale, metropolitana, urbana, dell’università, delle scuole medie superiori, che affrontano questo caos con la giusta leggerezza di chi sa di non poter essere risolutivo di tutti i problemi, grandi e piccoli, ma anche con la determinazione a guardare le cose per ciò che sono. E a fare di tutto perché possano cambiare. Mi sono chiesto in questi giorni che cosa avvertono questi compagni di tutto ciò che sta accadendo. C’è una bella differenza per me che ho vissuto Seattle, tra quei giorni americani e questi in Danimarca. Diciamo pure dal giorno alla notte. Sono un poco preoccupato in effetti per questi ventenni: a loro non tocca la fortuna, ad esempio, di trovare insieme ad una moltitudine come quella che disobbediva nella “no demostration area” nella downtown della città della Microsoft e della Boeing, un nemico ben definito, chiaro, e assolutamente in calo di popolarità e legittimità come il WTO.

Qui il primo grande nodo, che colpevolmente tutti coloro che hanno organizzato tutte le iniziative, dentro, fuori, in mezzo, grandi piccole, autistiche o spettacolari, hanno occultato: chi è il nemico? “The Sistem” rispondono radicali e moderati, ma è come dire giovanni o toni o mario. E’ come dire niente. Qualcuno dei nostri in qualche riunione l’ha anche chiesto ad un infervorato oratore che cos’era “The Sistem”. L’America di Obama, le corporations della green economy o la Cina, che qui alla Conferenza ufficiale è divenuta addirittura portavoce dei paesi poveri (!!!). La risposta è che the sistem è tutto. Nemmeno i fratelli Wachowski in Matrix si sono spinti in tanta banalità. La crisi globale che scuote le fondamenta del capitalismo, le implicazioni che essa, nel suo divenire e triturare mosse e contromosse di Stati Governi e Borse, è come fosse un dettaglio. Si passa dall’ineluttabilità della vittoria finale del Popolo, alla scontata possibilità di chi comanda di fare da sé.

In mezzo a tutto questo vi sono loro, i miei compagni e le altre decine di migliaia di persone che hanno marciato sabato per ore. La grande organizzazione del corteo infatti, non si è tradotta in una parata di blocchi sindacali o partitici, e addirittura la testa si scioglieva immediatamente in mille rivoli, gruppi, individui che davano un senso vero di partecipazione, trasformando a colpo d’occhio l’eterogeneità in una potenziale forza comune. Quello era forse il momento giusto, la composizione giusta per investire, anche in termini di disobbedienza, la conferenza ufficiale. Quello era il momento di interrompere i lavori, di far uscire i delegati che giustamente gridano indignati dei maneggi che stanno avvenendo sulla pelle loro e di altri milioni di persone.

Ma anche qui, la separatezza tra la testimonianza e la pratica politica di vita, è stata sapientemente cercata: da chi gestiva palchi e interventi programmati a chi, in coda, si è reso facile strumento di provocazioni da stato di polizia che rischia addirittura di trasformarsi in una cosa ridicola tanto è esagerata. Oggi ci siamo incontrati con alcuni compagni di napoli mentre giravamo con le biciclette che sono il nostro ottimo mezzo di trasporto con cui ci muoviamo da una parte all’altra. Un presidio di Via Campesina si era trasformato da piccolo gruppo di persone ferme con bandiere e comizio, in un corteo spontaneo, con la gente che si univa felice di avere una scusa per andare in mezzo a strade ed incroci, alla faccia degli ordini della “politi”. “E’ bello, le guardie stanno in panico, non sanno che fare” dicevano. Altri di noi erano andati al porto, per l’iniziativa annunciata di blocco delle attività. Trecento persone, di cui duecento stranieri, tutti circondati ancor prima di poter muovere un passo e arrestati. E poi rilasciati. Al KlimaForum è pieno di gente, sempre.

Duemila, tremila persone che ruotano intorno alla sala orange, blue, grey, red in un centro congressi che in mezzo ha pure un hotel e una piscina. Bovè, Vandana Shiva, il rappresentante dei Navaho, le ong dell’america latina. Ognuno si presenta, ognuno dice più o meno le stesse cose, giuste, ma anche altre assolutamente prive di grandi significati. E altre ancora che meriterebbero una discussione, minimo. Tipo la grande celebrazione dei governi “rivoluzionari e socialisti” dell’America Latina. E con il Venezuela di Chavez, che si regge sul Petrolio, e quindi sulla speranza di aumento delle emissioni di CO2 nel mondo, come la mettiamo? E con i biocombustibili brasiliani per cui si deforesta l’Amazzonia? Dettagli. Come lo sono gli indici di crescita capitalistica dell’India, che fanno impallidire i più feroci capitalisti occidentali, ma non sono oggetto di discussione nemmeno per Vandana Shiva, che è impegnata nella presentazione di un’iniziativa sponsorizzata dalla regione toscana e dall’Emilia Romagna. Quando ci ritroviamo la sera, in assemblea, ci si scambia le impressioni. Si confrontano valutazioni e opinioni. Arrivano anche quelli di noi che seguono le riunioni del CJA preparatorie delle manifestazioni quotidiane. “Quanti saremo domani nessuno lo sa. E sulle modalità non si è parlato”. Certo, le provocazioni poliziesche stanno facendo aprire un po’ gli occhi anche agli strateghi più affinati. “Oggi hanno iniziato l’assemblea dicendo: se c’è un poliziotto qui dentro lo preghiamo di andarsene”.

Fiducia nella onestà delle forze dell’ordine. Abbiamo la nostra assemblea, mangiamo insieme, stiamo attenti a quello che accade ad ognuno di noi. Cerchiamo di disobbedire anche al caos, al fatalismo e alla coglioneria. Come una comunità nomade quando si accampa in un territorio abitato da altri, che non conosce. “bisogna avere una casa per andare in giro per il mondo” – dicono gli Assalti. Noi anche qui ce la siamo costruita. Ma non li invidio i ventenni: il compito per tutti, ma soprattutto per loro, è cercare di dare un senso alla necessità di cambiare il mondo. Ma farlo dove radicalità, passione, intelligenza collettiva, indipendenza, moltitudine, sono tutte cose ancora separate e lontane l’una dall’altra, è veramente difficile. Anche se hai la bici.

Luca Casarini

 

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