Oltre il Bosforo


I viaggi, soprattutto i veri viaggi, sono incontri: di volti, di luoghi, di parole, di attese….

La turchia è lontana, il Kurdistan ancora di più.

Gli aeroporti sono veramente “non luoghi”: tutti uguali, le stesse luci, la stessa lontananza da ogni rapporto possibile. E, tra un “non luogo” e l’altro, il tempo non ha alcun rapporto con lo spazio.

Gli unici momenti di sapore e profumo di vita sono gli incontri con gli altri compagni: altri luoghi, altre storie, altre vite che sanno di pensieri e di azioni condivise in altri tempi e altre giovinezze.

E, improvvisamente, sei a Diyabakir: hotel, stanza, cena allegra e ricca di risate. Adesso, davvero, si può cominciare.

Giovedì, 19 novembre – Tribunale di Diyarbakir

Al mattino, con il sole, si entra in tribunale. Formalità e accoglienza inaspettata: ci fanno accomodare nella sala degli avvocati. Gentilissimo, il segretario dell’Ordine, ci offre ripetutamente cay. Si informa su di noi. Ci presenta una giovane avvocata responsabile dell’associazione dei “diritti umani”.

Veniamo a scoprire più processi a carico di minori e giovani.

La confusione nel tribunale è da mercato: il processo al bambino (per il quale siamo venuti) è spostato alle ore 14.00.

Chiacchiere, sorrisi, curiosità. Improvvisamente, in un giovedì qualunque, siamo entrati nella vita processata. Fuori dalla stanza degli avvocati siamo travolti da un fiume in piena di parenti e amici di giovani e studenti sotto processo e in carcere.

E così, ci confrontiamo con “propaganda sovversiva”, “attività sovversiva”, giovani in galera. “Sostegno al terrorismo”, “interruzione di pubblico ufficio” per gli studenti che hanno lottato.

Parenti, mamme, padri, occhi curiosi e appassionati.

Non sembra loro vero che siamo qui ad ascoltare. Un vero incontro con la vita, la protesta, l’affetto. Parole di tortura su ragazzi e ragazze in carcere.

A proposito di “ascolto” : la vita si presenta in storie che hanno parole, volti, relazioni, speranze. E storie assurde di ordinaria repressione.

Poi vengono liberati due ragazzi, e sono abbracci, baci, sorrisi e sguardi importanti come tutti gli attimi di vera vicinanza.

Le donne, apparentemente sempre in secondo piano, ma subito ricche di affetto e sorelle delle donne del nostro gruppo. E’ chiaro che   rappresentiamo l’occasione per essere “riconosciuti” e vivi al di là delle porte di casa e della stessa Turchia. Così, succede di essere importanti per il solo fatto di esserci.

Poi il gruppo si riunisce per mettere insieme pensieri e parole.

E le nostre avvocate tentano di mettere un po’ d’ordine nei nostri pensieri e nelle nostre conoscenze.

Dopo un brevissimo intervallo, per tirarci su con un raggio di sole caldo, rientriamo nel bunker del tribunale.

Facce giovani e occhi puliti di studenti in lotta, e presenti al processo dei loro compagni.

Ci dicono che non hanno paura, che hanno già pagato, ma che continueranno……

E noi ascoltiamo …..questo orgoglio di vita e di futuro…

Entriamo nell’aula del processo: giudici, avvocati, uno schieramento di polizia, tanti parenti, tanti amici, padri, madri, sorelle. Sono contenti che siamo qui, e ci lasciano i pochi posti a disposizione. Vale davvero esserci, per una volta.

Poi, nel silenzio, la voce dell’imputato….e tanti volti seri in apprensione e affetto. Le donne con occhi profondi e pieni d’amore.

Sono presenti generazioni diverse….donne con il velo e senza velo: grandi famiglie, grandi contrasti, un mondo in movimento.

Tutto si svolge in un silenzio irreale: una sospensione della vita vera e, probabilmente, anche della verità.

La maggioranza degli avvocati sono donne: un senso suo ce l’ha!

Due giudici dormono, uno lotta con il sonno, l’altro conduce il processo con una rapidità degna di miglior causa.

Al termine, il desiderio si fa assoluzione: applausi, urla, pianti, abbracci. Noi ci sentiamo portafortuna.

Poi la tristezza: si è capito male. Tutti in galera.

E’ proprio vero!

Ci sono tante organizzazioni, gruppi, ma la vita continua a scorrere apparentemente casuale: un gruppo di stranieri in un tribunale diventa un’occasione per parole, incontri, impegni.

Una cosa è la politica, una cosa la vita, i volti, gli incontri, una stretta di mano.

E che impressione l’aula con soldati e poliziotti schierati.

Infine, entriamo per un ulteriore processo, sempre contro studenti universitari. Brevissimo. Tutto rinviato a gennaio, con gli studenti che restano in galera (perderanno, intanto, l’anno scolastico e la possibilità di studiare).

I ragazzi escono ammanettati, e sono teneri e commossi, i saluti silenziosi, con le mani che parlano di amicizia e condivisione, e di giovinezza orgogliosa.

La giornata si conclude all’ IHD, l’associazione per i diritti umani. Una sede bella, pulita, tutti loro molto gentili. Quindi l’incontro con Hatip Dicle , un deputato che ha passato dieci anni in galera.

Ascoltiamo parole di prudenza, impegno, indipendentismo, federalismo.

Ascoltiamo attenti e ci guadagniamo l’impegno per sabato a fianco delle famiglie degli “scomparsi”.

Poi, nel buio della sera, cerchiamo di mettere un po’ di distanza da questo turbine di vita, e si va al bazar: bellissimo, un pezzo di Lucca in terra di Turchia. Qualche compera, e il cuore e la mente pieni di volti, di storie, di nostalgia di futuro.

Piccole note:

1. Il 4 aprile 2009 molti giovani si sono radunati  ad Amara, nel distretto di Urfa, per festeggiare il compleanno di  Abdullah Ocalan, esternando la loro solidarietà con un lungo applauso. I militari  hanno sciolto la manifestazione sparando sulla folla. Sono stati uccisi due ragazzi: uno di essi era studente dell’Università di Diyarbakir.

Due giorni dopo, all’Università, si è svolta una manifestazione di protesta, e la polizia, nuovamente, è intervenuta, con la scusa che i giovani portavano delle kefie;  ne sono stati arrestati una trentina.

Oggi, molti di essi sono ancora detenuti.

2. Il Tribunale che giudicava questi giovani kurdi è la Corte  d’ Assise, competente per i processi  associativi contro lo Stato: è costituita da tre giudici che, diversamente dal passato, non sono dei militari.

L’accusa è, quindi, di associazione terroristica e propaganda sovversiva.

3. Mehmet Aydin, di venti anni, oggi è stato liberato, non cosi’ i suoi compagni, Talat Ucar,Yoldas Firat, Mahsum Akbas,  Cihan Olmez, Oktay Olmez, Cihan Bahadir, che sono rimasti in carcere dopo che i loro processi sono stati rinviati.

La stessa Corte giudica anche i minorenni. Oggi erano in tre: Gengiz Gaysac, Kutbettin Yel, Vedat Demir. Di questi, solo Gengiz Gaysac era in libertà ed oggi ne è stato liberato anche un secondo. E’ rimasto in carcere Kutbettin Yel e il suo processo sarà definito  il 31 dicembre.

Questi ragazzi erano in carcere dal febbraio scorso.

4. La condizione dei minori, in Turchia, è fuori da tutti i parametri europei, soprattutto per quelli accusati di reati politici: mentre per i detenuti comuni esiste un carcere separato, per i minori, accusati di sovversione, il carcere è lo stesso che per gli adulti; al limite, e in casi eccezionali, vengono messi in una cella unica. Attualmente occupano una cella in 32.

Il processo è svolto dagli stessi giudici dei maggiorenni e le pene sono applicate con i medesimi criteri, senza considerare le condizioni di vita e familiari.

Il rappresentante del coordinamento di diverse associazioni, una piattaforma che risponde al nome di “Appello per la giustizia minorile”, ha riferito che al vaglio del governo c’è ora una proposta di legge alla quale hanno chiesto di inserire delle modifiche sulla procedura del processo e sulle condizioni di detenzione. Oggi sono circa 3.000 i minori sotto processo e 270 sono quelli incarcerati. Questi dati li desume l’Associazione, poiché i dati del Ministero della Giustizia non distinguono i minorenni dai maggiorenni e fra i vari tipi di reato.

E’ necessario descrivere, per sommi capi,  come viene affrontato il processo minorile in Europa.

Qui da noi, i tribunali dei minorenni hanno una composizione che implica la presenza di educatori, psicologi, esperti dell’infanzia, nonché l’ausilio di assistenti sociali che contribuiscono alla valutazione dei giudici per la concessione di riti alternativi e/o di pene alternative, quali la rieducazione con l’imposizione, al posto di una pena detentiva, di lavori socialmente utili, svolti dal minore presso Cooperative o Enti Locali. E’ anche previsto il  cosiddetto “perdono giudiziale” per chi non ha mai commesso reati e pure la “messa alla prova” che prevede la possibilità di non subire alcuna condanna se per un periodo – deciso dai giudici – il minore lavorerà o studierà sotto il controllo del servizio sociale. Queste sono forme di tutela dei minori totalmente assenti in Turchia.

5. Hatip Dicle ha scontato dieci anni di carcere in Turchia, unitamente alla deputata kurda Leila Zana.

Ora è libero da 5 anni e alla domanda su quale differenza vede oggi rispetto all’epoca del suo arresto , ha risposto che prima eravamo solo all’inizio della lotta del popolo kurdo; oggi, dopo vent’anni, si può discutere liberamente di ipotetiche soluzioni con altri parlamentari; c’è solo un manipolo che cerca di osteggiarli quando parlano, mentre gli altri si sono adeguati alla loro presenza in Parlamento.

Ci dice che in Parlamento c’è tuttora una soglia di sbarramento del 10%.

Per andare oltre questo tetto, occorre avere 4.500 mila voti, per adesso ce ne sono solamente 2.500 mila.

Se la soglia di sbarramento fosse della metà – del 5% – il Dtp avrebbe portato in Parlamento 60 deputati!

Si è decisa la partecipazione con candidati “indipendenti”, ma, in questo caso, per avere un deputato occorrono 60 mila voti.

Per esempio, a Diyarbakir, c’era la possibilità di eleggere 10 deputati. Se non ci fosse stata la soglia di sbarramento, il Dtp avrebbe conquistato 8 deputati, non 4, come invece è capitato.

Pertanto, la proposta è quella di ridurre al 5% la soglia di sbarramento.

I detenuti in Turchia sono circa 115 mila, compresi i detenuti accusati di reati comuni. Circa 15 mila sono i “politici”, di cui il 95% sono kurdi; anche il restante 5% è molto vicino ai kurdi.

Tra questi, 39 detenuti politici kurdi sono malati gravi e prossimi alla morte.

I rapporti con il Sud Kurdistan – Nord Iraq – sono buoni. Barzani e Talabani hanno detto che non attaccheranno mai il Pkk e si sono offerti di fare da intermediari tra il governo turco e i kurdi di Turchia, per porre fine alla guerra.

Esiste una proposta di “autonomia” rispetto allo stato centralista di Turchia.

I kurdi sostengono che Ministero degli Esteri, della Difesa e degli Interni possono rimanere prerogativa dello stato centrale, mentre rivendicano piena autonomia per quanto riguarda le singole province e municipalità.

Venerdì, 20 novembre – Incontro con i “gruppi di pace” presso la sede dell’IHD di Diyarbakir

Sono presenti all’incontro Mehmet Serif Gensdal (portavoce), Ayse Kava (una ragazza proveniente dal campo profughi di Mahmura), Lutfi Tas (l’anziano), Aygul Biday (facente parte del primo gruppo di pace arrivato nel 1999).

Alle 10,00, puntuali come cronometri, siamo già nel salone dell’IHD. Di nuovo in cerchio, tra battute e parole in libertà: c’è tanta emozione, l’emozione di incontrare 4 guerriglieri in missione di pace verso Ankara ( due uomini e due donne ).

Hanno volti pieni di storia e sguardi lontani e intensi: sarà per la loro storia e le loro scelte. O, forse, un po’ per il nostro sguardo che sa di una attenzione carica di storia e di vicinanza ai combattenti. O forse, più semplicemente, perché sarà vero che “per vincere si corre da soli, per andare lontano bisogna essere in tanti e solidali”, senza lasciare nessuno indietro.

L’apertura da il segno di questo incontro: ci ringraziano. Ci ringraziano per essere lì e, con noi, il popolo italiano.

Poi, con una voce quieta, uno di loro ci spiega la loro lotta per la pace e per  l’autonomia del popolo kurdo.

Le parole ci portano subito all’iniziativa dei “gruppi di pace”, due, che, nel 1999,  sono partiti dai monti del Kurdistan e dall’Europa: sono stati condannati a svariati anni di carcere; due di loro sono ancora dietro le sbarre, uno è morto. Gli altri sono stati liberati e continuano il loro cammino.

Poi, parole inaspettate per chi guarda da lontano: “Noi stiamo continuando, perché crediamo nella pace. Quando siamo arrivati, abbiamo visto la felicità del popolo per la pace. Ci hanno abbracciato e, con noi, hanno abbracciato la pace, la libertà e anche i loro figli”, parole inaspettate dalla bocca di “guerriglieri”. Ma forse siamo andati al di là dei luoghi comuni, della storia raccontata dai giornali, al di là delle semplificazioni che rendono il mondo inafferrabile a chi non ha altro potere che la propria intelligenza e la propria coscienza.

Poi, Gensdal ci spiega che il grande successo del DTP alle amministrative è una potente sfida e una nuova occasione per la pace. Anche se il governo turco non ha pubblicato, né risposto al documento della Road Map di Abdullah Ocalan.

Ci precisa che il PKK ha sospeso le azioni armate dal 13 aprile di quest’anno, ma il governo turco ha risposto con una grande azione di repressione e di distruzione dei villaggi, e continua a incarcerare i militanti del DTP.

Mentre parla di “apertura Kurda”…. poi di “apertura democratica”…. quindi di “apertura all’unità nazionale”,  il governo, nella sostanza, continua le azioni contro i villaggi e ad utilizzare sistematicamente la tortura.

Ci sottolinea che la stessa Unione Europea è intervenuta contro l’utilizzo della tortura.

In sintesi, il governo turco, a partire dalle elezioni di 8 mesi fa, ha cambiato il linguaggio e il tono nei confronti dei Kurdi, ma la sostanza e la politica quotidiana verso i Kurdi non è cambiata.

E i fascisti, intanto, hanno preso l’iniziativa e organizzato le famiglie dei militari turchi caduti sulle montagne.

Un quadro forte e complesso che ci travolge e mette in discussione ogni linearità di pensieri semplici: e ci invita ad agire, ad essere concreti, vicini. Forse, paradossalmente, ci porta a pensare che , veramente, il fare è la vera politica e la vera poesia, e che è il fare a costruire la differenza ed il futuro.

Ci si perde anche un po’ nell’Europa delle autonomie e nelle sottolineature della lotta per l’identità culturale.

Poi una voce di donna che parla solo Kurdo, Ayse Kava, ed è improvvisa e inaspettata, una voce e un pensiero che si fa vita, fame, morte, diversità. Ed è emozione, e un’ altra dimensione della politica e dell’impegno.

A portarci in un’altra dimensione ulteriore è poi la voce del combattente più anziano, Lutfi Tas. Ed è una voce che sa di “lontananza”: che “distingue” e che colloca oggi il Kurdistan nel quadro e nelle falsificazioni internazionali e “capitalistiche”. Ed è la voce che sostiene il “dialogo” senza nessun “pentimento”.

Giunti al termine restano le fotografie, i sorrisi, gli abbracci finali a significare chissà: solidarietà, affetto, forza della militanza, o anche, semplicemente, la forza dell’incontro e dell’ascolto. Che rendono le storie di tutti i partecipanti ricche di senso e preziose. Per sé e per gli altri.

Poi un cammino nel sole, a sistemare pensieri e parole. E sorrisi.

20 novembre 2009 – Incontro con la municipalità di Sur

Poco dopo siamo nel municipio di Sur, una delle sei sottomunicipalità di Diyarbakir:  incontro con il vicesindaco e assessore alla cultura. Un incontro simpatico: e siamo al terzo cay della giornata!

Ci tiene a sottolineare che la municipalità ha i bambini come interesse forte. E conquista subito la nostra simpatia. Poi ci tiene a precisare che non ci sono bambini di strada. Al mattino vanno a scuola, al pomeriggio qualcuno lavora o vende in strada. E’ aumentata anche la percentuale delle donne che frequentano la scuola: altra buona notizia.

Resta un problema di sfruttamento dei bambini per la prostituzione, la droga, la delinquenza… Insomma, c’è impegno, ma ancora una lunga strada da percorrere.

Poi, quasi per riportarci tutti alla cruda quotidianità, il vicesindaco riceve una telefonata: qualcuno lo informa che sua figlia, in galera, non potrà dare l’esame che aveva chiesto di poter sostenere. L’università ha risposto che “non è possibile”.

Il vicesindaco si ferma un attimo, serio. Noi non abbiamo parole, restiamo attoniti: è la differenza tra ascoltare parole e pensieri e imbattersi nella vita concreta e nelle ingiustizie che non fanno notizia, ma che segnano il respiro e la quotidianità.

Lui, respira profondo e riprende a parlare: ci dice che hanno un vasto intervento verso i bambini e i giovani. Ci parla delle “Case per donne” organizzate dalla municipalità, dove si svolgono corsi di diverso tipo e che, in queste strutture, c’è anche la “scuola materna” per i più piccini.

C’è, inoltre, un “Consiglio dei bambini”, tra i 9 e i 15 anni.

Stimolato da alcune nostre domande, ci mostra le immagini di un documento multimediale sui bambini e una serie di attività che hanno realizzato: si ritorna ai sorrisi.

Ci informa, inoltre, che la municipalità gestisce ambulatori medici assolutamente gratuiti; mentre gli ambulatori statali sono a pagamento e richiedono il possesso della “carta verde” per ricevere il servizio. Per non dimenticare dove siamo.

Quindi sono saluti, fotografie, sorrisi e mille pensieri. E noi rientriamo nel sole, verso nuovi incontri.

20 novembre 2009 – Incontro con le “Madri della pace”

E sono incontri che ci conducono, veramente, da un’altra parte: siamo nella sede delle “madri per la pace”, madri di detenuti. Un appartamento anonimo in un palazzo anonimo.

Portano vestiti tradizionali, velate da un elegante velo bianco, con occhi profondi, sguardi che sfuggono, con una vita a cui non sono sfuggite.

Siamo seduti in cerchio in una stanza piccola. Parla una per tutte.

Le parole dicono di carcere, dei criteri di precedenza per i sostegni economici. E sono pietre quando dicono di una famiglia con il padre in carcere da 17 anni.

La portavoce ha un parlare netto e deciso, la forza della vita e della resistenza. Nonostante storie inguaribili e una lotta quotidiana per la sopravvivenza  che non si separa dalla fiducia nel futuro: sono molto fiduciose nella strategia di pace e nei “gruppi di pace”.

L’atmosfera è densa come tutto ciò che non si solleva con parole e pensieri di futuro ma che fa i conti, quotidianamente, con il respiro e il pane.

Sono sempre più crude nei racconti: ed è la prima voce che afferma che, dopo la vittoria alle amministrative di marzo, la situazione è peggiorata perché hanno incarcerato molti dirigenti del partito e di diverse associazioni.

E’ proprio vero che ciascuno narra la “sua” storia che si fa vita, respiro, lacrime, mentre la politica racconta una storia che non sempre sa di vita.

Chiudono, senza nessuna enfasi, dicendoci che hanno fatto, con le madri dei soldati turchi, una cena ed una conferenza stampa.

C’è proprio la storia e le storie.

Poi, proprio come nella vita, sono abbracci, sorrisi, foto; e le nostre compagne vengono velate e caricate di sorrisi e abbracci. Non c’è nulla di formale: è la vita che scorre e crea relazioni che sanno di condivisione.

Noi lasciamo loro tutto il materiale e vestiario che ci siamo portati dall’Italia: a proposito della vita e della quotidianità.

E siamo nuovamente sulla strada.

20 novembre 2009 – Incontro con Tuhad Fed

Alle 17.00 entriamo nei locali della “Associazione dei Famigliari dei detenuti politici”. Altre donne, altri volti, occhi forti e sorridenti. Altre storie di anni di carcere e di lotte. Nuove parole circa la repressione costante del governo turco. I dati: circa 4.000 detenuti del PKK e del DTP ( 700 nell’ultimo anno ).

Un po’ di discorsi tecnici sulla possibilità di intervento della Croce Rossa Internazionale per visitare i detenuti malati gravi.

Si ritorna anche ai bambini: più di 200 minori in carcere per “appoggio al terrorismo”. Mancano le parole.

Al termine Antonio distribuisce le somme raccolte dall’associazione “Verso il Kurdistan”, preciso come un bancario.

Siamo giunti alla fine della giornata e, nel buio, ci mettiamo in marcia verso l’albergo.

Ma, una volta entrati, non si esce mai da questa storia di mille storie: dopo una veloce cena, alle nove dobbiamo essere in albergo per un ulteriore incontro. Un padre e consigliere comunale di un paese vicino, ci tiene a parlarci della figlia, studentessa, in carcere da 26 mesi.

Ci parla di torture e di un timpano sfondato.

Ancora una volta, non ci sono parole. E la stanchezza ci sta piegando.

Poi è la volta di un altro padre con un figlio in carcere per 4 mesi – ora messo in libertà – dopo le manifestazioni del febbraio 2008. Ci tiene a dirci che, nel Kurdistan, ci sono imam democratici che sono per il progresso.

Che dire? Già ci mancavano le parole! Ora siamo travolti. Sarà meglio abbandonarci al sonno.

21 novembre – Manifestazione con le famiglie degli “scomparsi”

Al mattino, appuntamento all’associazione per i diritti umani ( IHD ). Per partecipare all’incontro settimanale dei famigliari degli “scomparsi”. Non vogliamo mancare.

C’è un po’ di confusione: non sanno come accompagnarci. Andremo autonomamente con un interminabile viaggio, attraverso l’intera città, sino al monumento ai caduti per l’attentato compiuto in quel luogo, nel 2006, dai “Lupi grigi”.

Arriviamo appena in tempo: un centinaio di persone soprattutto donne, madri, mogli, sorelle di persone scomparse.

Chi conduce la manifestazione sottolinea la presenza di un gruppo di italiani: uno sguardo collettivo ci avvolge. Vale la pena esserci.

Poi cala un profondo silenzio, tutti immobili, in piedi e seduti a terra. Quasi tutte hanno davanti a sé la foto di uno “scomparso”. A terra: due striscioni. In uno, un lungo elenco di  nomi di persone scomparse, nell’altro i  loro volti.

Siamo ai bordi di una grande strada, ma  quello spazio, denso di memoria e di vite spezzate, sembra lontano da ogni rumore e da ogni distrazione: un vero urlo contro l’ingiustizia e il dolore che l’accompagna.

Poi si rompe il silenzio e l’immobilità, e sono strette di mano, sorrisi, ringraziamenti, abbracci e tante fotografie. Sì. E’ valsa proprio la pena esserci.

Prendiamo un autobus, si ritorna verso l’albergo: questa sera si parte per Istambul e ci sono le mille azioni che accompagnano la preparazione dei bagagli, la ricerca di ultimi oggetti, ricordi….

Arrivati sulla grande piazza però ….. c’è qualcosa di strano: un folto gruppo di donne. Giovani, anziane, qualcuna con abiti tradizionali. Siamo incuriositi, chiediamo: è un raduno e manifestazione per l’emancipazione e i diritti delle donne. Si chiacchiera tranquillamente, non c’è la minima tensione: un bella giornata di sole che illumina i volti e le parole. Si avvicina una giovinetta, vende braccialetti artigianali naturalmente con i colori della bandiera kurda, tanto per non dimenticare. Compriamo tutti i braccialetti e, in più, anche tutte le collanine che la ragazza ci offre. E’ chiaramente stupefatta e incredula: si allontana nella folla. Noi torniamo in albergo e lasciamo le donne a chiacchierare in piazza.

Si mangiucchia qualcosa, alcuni riposano e chiacchierano nella hall dell’albergo.

Poi, improvvisa, in un giorno di chiacchiere e shopping, una tempesta di sorrisi e di ritmi gridati: le donne per la loro emancipazione e la democrazia.  Ci accorgiamo che è in atto un corteo: le donne sono partite con striscioni, centinaia di bandiere, slogan ritmati, a passo veloce, con tanti sorrisi e un evidente orgoglio di essere in piazza.

Ci precipitiamo fuori, armati di macchine fotografiche e telecamere. C’è una vera e propria aria di festa, nessun nervosismo. Ma , appena lasciata la piazza, e imboccata la strada del bazar, ecco la polizia che sbarra la strada e blocca la manifestazione. Una doppia fila di giovani poliziotti con casco, scudi, manganelli, alcuni con lancia lacrimogeni, un idrante: sembrano tranquilli però ,e non c’è aria di conflitto.

Il corteo si ferma contro il cordone dei poliziotti e continua imperterrito e tranquillo a scandire slogans. Due organizzatrici e una parlamentare del DTP, tra i poliziotti e le manifestanti, rilasciano una lunga intervista ad un gruppo di giornalisti.

Noi sembriamo un’ agenzia stampa e scattiamo centinaia di foto: volti sorridenti e ritmi allegri,  i giovani poliziotti continuano a sembrare assolutamente tranquilli.

Poi le donne si siedono e, instancabili, continuano a lanciare slogan ritmati. Si chiacchiera con diverse persone, i giovani attaccano bottone: è chiaro che la nostra presenza è importante e fonte di curiosità e interesse da molti punti di vista. Chissà?! Forse è una apertura alla possibilità, all’altro, alla distanza, alla differenza, che seduce a diversi livelli soprattutto i giovani. E certo anche politica, quella più umana.

Poi, a sottolineare i ritmi cantati e urlati dalle donne, un gruppo di giovani uomini non resiste: e si lancia, in una danza allegra e gagliarda. Applausi.

Infine, dopo qualche ora, veramente donne: quando finiscono in realtà non finiscono. Il sit-in termina: saluti, ci regalano qualche bandiera, ancora sorrisi, si riavvolgono gli striscioni. Persino i poliziotti smobilitano. Le donne sembrano defluire verso la piazza. E invece no: un folto gruppo di donne, a ritmo quasi di corsa si ricompatta e vola verso un giardino vicino al tribunale.

La polizia capisce in ritardo, rincorre. Adesso riconosciamo un nugolo di poliziotti in borghese che fotografano e  indicano questa o quella donna. Una donna parla ma non capiamo un accidente, poi ancora qualche ritmo/slogan lanciato al vento e alla città.

Adesso, tra le prime ombre della notte, è veramente finita: e sono saluti e ancora ringraziamenti.

E’ una cosa a cui non siamo abituati: essere ringraziati per il fatto di esserci. Ed essere solidali e testimoni.

Proprio un’altra storia.

22 novembre 2009 – incontro con Guler Zere, libera, nel quartiere di Armutlu

C’è poi il giorno che chiude la storia e l’avventura: ed è il tempo e l’emozione che non ti aspetti, come quando ti imbatti nel segreto di azioni, parole e pensieri che ti sembrano scontate.

Comincia con abbracci e sorrisi, parole di arrivederci, impegni a ritrovarsi e a non dimenticarsi: Alfonso, Manuel e le quattro ragazze di Roma prendono il volo e ci lasciano. Restano però ad accompagnarci la loro allegria e le loro parole sbarazzine, insieme all’entusiasmo da adolescenti in lotta permanente. Indimenticabili.

Poi ci imbarchiamo per l’ultimo impegno: andremo a incontrare e salutare Guler Zere, una compagna gravemente ammalata.

Un lungo percorso in tram e autobus: chiacchiere, stupore per una città immensa e bellissima, a metà tra il cielo e il mare, tra presente e futuro. Chiacchiere da fine viaggio, sorrisi e confidenze.

“Ricordiamoci di comprare dei fiori !” Ripetuto tante volte… che non l’abbiamo fatto: lassù, tra quelle case ai confini di un altro mondo, non ci sono fiorai. Siamo ad Armutlu, un quartiere rosso e militante e lo si capisce subito, dagli incontri e dai sorrisi, e dal modo con cui siamo accolti.

Per Guler, viriamo su frutta colorata e dolce.

Intanto si avvicinano compagni e curiosi: saluti, parole incomprensibili e… offerta di mandarini. Tra strette di mano e sorrisi si va. Tra case che non nascondono la loro origine di baracche, ma belle, pulite, e più che dignitose.

E sempre, e ancora, saluti, strette di mano, sorrisi: si ha proprio la sensazione netta di essere entrati in un territorio “altro”. Persino foto e saluti a due giovani sposi – e ad una coppia di suonatori di strada che li accoglie – che si avviano, strombazzando, verso una nuova avventura e un nuovo inizio.

Poi, finalmente, in una bella giornata di sole, arriviamo a casa di Guler Zere: una casetta con giardino, tra il verde. E’ un momento delicato: entriamo? non entriamo? Entra solo qualcuno?

Poi, tutti ci togliamo le scarpe: siamo dentro.

Dalla porta della sua stanza, la vediamo: bella, giovane, con un sorriso aperto. Ci saluta con affetto e ci travolge con il suo sorriso.

Non riusciamo a trovare parole. Vuole una foto: non esitiamo. Due di noi entrano ad abbracciarla: e sono ancora sorrisi, altre foto, e le mani che si fanno complicità, riconoscimento, promessa, impegno e desiderio di futuro.

E quella frase di Antonio: “Ti volevamo portare dei fiori, ma non li abbiamo trovati.”

E la sua risposta, accompagnata da un sorriso che entra  profondo in ciascuno di noi: “ Voi non avete bisogno di portare i fiori; ho preso i fiori dal vostro cuore”.

E’ più di un atto di poesia! E’ un riportarci a ciò che siamo prima di ogni impegno politico: uomini e donne. Uomini e donne che si riconoscono come tali. E’ molto di più della solidarietà e della condivisione politica.

E’ ritrovarsi, improvvisamente, in quel punto in cui la tua vita, i tuoi pensieri, il tuo corpo, le tue parole, la tua emozione, il tuo impegno, i tuoi sogni  si ritrovano in un sorriso.

Grazie Guler!!

Poi non ci resta che tornare a casa. Con il cuore e pensieri che sanno di futuro.

Nota

Guler Zere, 37 anni, era una guerrigliera del DHKC-P, una formazione della sinistra messa fuorilegge dallo Stato, che operava sulle montagne intorno a Dersim.
Arrestata, è stata condannata all’ergastolo ed è in carcere da 14 anni.

“Aveva un rigonfiamento ad un dente – ci dicono – e il dentista del carcere le ha diagnosticato un ascesso, per cui le ha prescritto un’aspirina e degli antibiotici”.

Prima di arrivare dal dentista, ci sono voluti sei mesi di richieste e di insistenze, in quanto la direzione del carcere non accordava l’autorizzazione!
In seguito, visto che il gonfiore permaneva, Guler ha chiesto di essere portata in ospedale. Anche qui, l’attesa è stata lunga, la direzione del carcere ha accampato molte scuse: non c’era il furgone disponibile, non si trovavano posti liberi… Alla fine, quando è arrivata in ospedale, le hanno diagnosticato un tumore!

Il procuratore ha autorizzato il padre ad incontrarla per quindici minuti a settimana e, solo recentemente, ha riottenuto la libertà.

 

 

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