Tornare a casa


Qualcuno, in una di quelle straordinarie assemblee di cui parla Luca e che si sono dimostrate uno dei momenti di maggior crescita per “noi giovani”, con la dolcezza e la dignità che un fratello associava alle compagne zapatiste, disse di scrivere le nostre impressioni su Copenhagen al nostro ritorno. Dunque, non perchè mi sono sentita tirata in causa, ma perchè sento dentro un fiume di parole e di emozioni scrivo queste righe senza pretese nè certezze.

Copenhagen per me è stato (come tanti compagni hanno ripetuto in questi giorni), il “centro del mondo”. Per la prima volta ho visto popoli da tutto il mondo ritrovarsi  e urlare ad una sola voce, sebbene con toni e sfumature diversi. Me ne sono resa pienamente conto alla conferenza stampa sull’ arresto di Luca, all’interno del KilmaForum, quando vari rappresentanti di Via Campesina sono intervenuti, esprimendo una rabbia ed una dignità che mi hanno lasciata sconvolta. Parole urlate, che comunicavano le milioni di voci che dal mondo reclamano giustizia climatica, una parola che per molti si traduce in sopravvivenza.

Per la prima volta ho visto migliaia di giovani da tutto il mondo, ascoltare in religioso silenzio gli interventi che si susseguivano in un’assemblea dalle modalità a me sconosciute (quella tenutasi a Christiania la sera del 14 dicembre) ed esultare pieni di gioia dopo l’ intervento di Naomi Klein, che ho faticato a seguire, ma di cui ho percepito la gigantesca portata globale. Momenti ed emozioni che nella mia pancia e nella mia mente hanno cominciato a sommarsi e mescolarsi per diventare quel bagaglio e quel portato che vorrei riuscire a trasmettere a tutti quei compagni che non hanno potuto partecipare o che hanno continuato a lavorare sui propri territori per costruire quei percorsi che Copenhagen e il mondo intero ci hanno consegnato.

Della capitale danese ricordo soprattutto il clima onnipresente di paura e incertezza che dai primi giorni ci ha accompagnato per le vie della città fin dentro il nostro “campo base”, la nostra casa. Ricordo e considero ora, con la lucidità che permette una riflessione a posteriori, gli arresti preventivi, il rastrellamento di Christiania, le file di prigionieri sull’asfalto, le gabbie…solo ora forse, riesco a comprendere cosa ha significato per noi e soprattutto per le centinaia di migliaia di persone che da tutto il mondo sono affluite a Copenhagen: la revoca di ogni tipo di libertà di movimento o di espressione. La scientifica negazione di ogni forma di dissenso e protesta da parte di centinaia di migliaia di persone che hanno messo alle strette il sistema patinato e di facciata che circondava il vertice Cop15. Collegando il palese fallimento del vertice e l’assurda repressione poliziesca scatenatasi persino sui delegati che il 16 dicembre volevano uscire dal Bella center, il quadro appare leggermente più chiaro. Come appare più chiaro e luminoso il risultato ottenuto dalla scelta della disobbedienza come pratica collettiva di piazza il 16 dicembre: l’unica in grado di mostrare al mondo il vero volto di COP15 e di contrastare (senza gridare al miracolo o alla soluzione) la pratica poliziesca dell’arresto sistematico e preventivo.

Copenhagen lascia a tutti noi un bagaglio prezioso. Non so se possa definirsi la consapevolezza di far parte di qualcosa di mondiale o storico, ma sicuramente la comprensione che il nostro agire all’interno di territori non sia e non possa essere slegato da un quadro ben più ampio. Allo stesso tempo credo che la nostra partecipazione, con le nostre modalità e le nostre pratiche alle contestazioni al COP15, consegni a noi giovani una forza e una linfa nuove e sconosciute: dal riconoscersi nel volto e nelle parole di milioni di altri giovani nel mondo, all’esorcizzazione della paura attraverso il calore e la forza di un’esperienza collettiva. Ho visto compagni cambiare il proprio sguardo sulla realtà, comprendere messaggi e farli propri, superare paure o anche solo abitudini. Forse non comprenderò mai la complessità piena di contraddizioni che ha caratterizzato Copenhagen in questi giorni ma credo di aver potuto percepire, soprattutto ora, la globalità, da una parte delle lotte dei movimenti e dei popoli, e dall’altra della sistematica restrizione delle libertà di movimento.

Tornare a casa ci aiuta a capirlo. Se al suono di una sirena o al passaggio di una camionetta non riaffiora più l’ansia di queste ultime settimane, emergono gli aspetti macabri (e prevedibili) conseguenti all’aggressione a Berlusconi che tanto ci ha fatto gioire ed esultare genuinamente e che ora ci ponogono di fronte a nuovi attacchi alla libertà. Dal web alle manifestazioni, dalla stampa alla televisione.

Sotto la neve come in Danimarca, emerge un panorama differente ma in realtà simile. Copenhagen è un ricordo vivido nella mente e sulla pelle, un ricordo in divenire che si apre ma non si chiude. A Copenhagen lasciamo un nostro fratello, Luca, costretto in cella dall’ assurda e sistematica repressione di cui la Danimarca dovrà rispondere al mondo intero. Tornando a casa, nei nostri centri sociali, nelle nostre città, in ogni gesto:

Luca Libero Subito!

 

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