Il Rap palestinese – Intifada in musica


Molti di noi, guidati da cattiva informazione stampata e pessima tv, sono abituati a vedere le popolazioni del mondo arabo come una massa informe di estremisti lobotomizzati da religione e tradizioni arcaiche. Nel sentire comune non percepiamo le differenze culturali e sociali che intercorrono tra un iracheno e un egiziano, tra un giordano e un saudita, ma siamo attentissimi a distinguerci, invece, come italiani, da altri popoli a noi vicini, come i tedeschi o i francesi. Non parliamo poi di tutta l’abbondante serie di banalità e luoghi comuni sul conflitto mediorientale e la questione palestinese. Il refrain più comune, in questo caso, si può riassumere con la frase: “Le colpe non stanno da una parte sola”. E si giustifica in questo modo lo sterminio di massa avvenuto a Gaza con la scusa del diritto di Israele alla difesa del suo territorio (termine improprio: sarebbe come dire che l’Italia si può annettere pezzi di Francia, Germania o Siria perché nell’antichità erano territori dell’impero romano) . Poco importa che quello sionista sia uno degli eserciti meglio armati del pianeta (possessore di armi atomiche illegali), mentre il popolo palestinese vive da anni in un campo di concentramento a cielo aperto, privato dei beni primari di sussistenza. Di questo popolo martoriato, senza pace e senza diritti conosciamo le organizzazioni più in vista, Olp, Al Fatah e ovviamente Hamas. Tutte, con diverse strategie politiche, si oppongono da anni all’occupazione dei territori destinati allo Stato palestinese, mai nato. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Ma non vorrei dilungarmi troppo in considerazioni politiche, dato che questo post intende occuparsi di qualcosa di diverso. Una nuova forma di rivolta si sta estendendo nei Territori, un nuovo linguaggio è portato avanti dai figli dell’occupazione. I ragazzi palestinesi del XXI secolo non suonano l’oud, ma rappano.
“Rapper e band hip hop spuntano come i funghi, ogni mese si sentono nomi nuovi, in Cisgiordania e anche a Gaza. I giovani palestinesi hanno ripreso a piene mani dalla vicenda umana e artistica dei rapper americani, osservando quanto nasce nelle periferie più povere ed emarginate delle città statunitensi, nei ghetti per neri e latinos e hanno trasformato questa forma di ‘ribellione in musica’, così lontana dalla loro tradizione, in un movimento politico e sociale”.
Proprio Gaza, uno dei luoghi più disastrati del pianeta, è un centro importantissimo per il rap palestinese. Tra scantinati e sale improvvisate si svolgono sempre più frequenti concerti ed esibizioni di giovani che non desiderano altro che raccontare la loro vita: l’occupazione israeliana, l’embargo economico, i valichi chiusi in faccia agli ammalati gravi, ma anche la mancanza di libertà individuale, le imposizioni della religione, i condizionamenti della famiglia. Hamas lascia fare, i suoi attivisti non intervengono: ma quando i testi dei rapper mettono in discussione l’ordinamento sociale, allora fanno la voce grossa.
Anche in Cisgiordania e Gerusalemme l’hip hop si sta trasformando da subcultura giovanile a movimento politico, capace di superare le barriere territoriali, creando così un fronte di protesta e ribellione che unisce i ragazzi palestinesi sotto occupazione e dei campi profughi a quelli che vivono in Israele. E le sue potenzialità sono vaste.
All’hip hop locale il commentatore palestinese Omar Barghuti, noto anche come critico d’arte e coreografo, rimprovera la mancanza di genuinità. I giovani palestinesi, sostiene, “hanno fatto copia e incolla di questa forma d’arte della protesta che viene dall’America, senza svilupparne una propria”. Riconosce però lo spessore politico del fenomeno: “Le potezialità politiche e sociali sono enormi. Soprattutto nelle zone arabe di Israele ormai non è più possibile organizzare un raduno politico senza invitare un rapper, il potere di questa musica sui nostri giovani è eccezionale”, afferma. C’è chi parla di “Intifada hip hop”, una rivolta dei giovani contro l’occupazione israeliana destinata sostituirsi a quella della moschea di al-Aqsa, che molti palestinesi considerano un fallimento.
Se è vero che i riferimenti culturali di questa musica sono decisamente americani, non sono per nulla d’accordo con Omar Barghuti circa il copia incolla che i giovani palestinesi avrebbero fatto. Scegliendo l’hip hop come linguaggio hanno comunque mantenuto viva al suo interno la tradizione araba. Basta ascoltare le basi dei pezzi. Vi si trovano campionamenti dei più conosciuti autori arabi classici, da Oum Kulthum a Fairuz, da Abdel Halim Hafez a Mohammed Abdel Wahab. È positivo, inoltre, che il rap prodotto in Palestina sia più vicino al rap americano delle origini, che trattava tematiche sociali legate alla vita di tutti i giorni, piuttosto che al rap contemporaneo, fatto di catene d’oro, gangster e puttanoni. Insomma, i rappers palestinesi hanno riportato l’hip hop alle sue radici che, in quella terra straziata dal dolore, è tornato a essere poesia di strada.
Nel 2008 la regista arabo-americana Jackie Reem Salloum ha prodotto un film documentario sulla scena hip hop palestinese intitolato “Slingshot Hip Hop”, che è stato selezionato per il Sundance film festival. Vi compaiono, tra gli altri, Sabrina DaWitch, i Dam, PR e Mohammed Farra di Gaza, WE7 di Nazareth, Mahmud Shalaby e le ragazze Arapayat di Akko. Dice la regista: “Attraverso l’hip hop i giovani palestinesi rafforzano la loro identità nazionale, ribadiscono i principi comuni e provano a scardinare le forme più oppressive dell’ordinamento sociale. È un’esigenza diffusa che ho raccolto ovunque, a Beddawi, Shatila, Burj al Barajne e negli altri campi profughi palestinesi in Libano, dove un paio di settimane fa ho proiettato il film”. Il documentario sta facendo il giro del mondo, ottenendo ovunque grande consenso.

Centro nevralgico di tutta la produzione rap palestine sono gli Underground Studio di Nazareth, gestiti dal gruppo WE7. Da studio di provincia, gli Underground sono divenuti una meta nella regione per tutti i rappers e hanno acquisito fama a livello mondiale. Sono stati visitati, tra gli altri, da Nizar del gruppo americano the Philistines, dal rapper egiziano Zaki, dal danese Marwan e dalla diva britannica Shadia Mansour.
A questo punto facciamo un po’ di nomi.
“Sono tre ragazzi che fanno rap. Il loro gruppo si chiama Dam, una parola che significa eternità’ in arabo e ‘sangue’ in ebraico, mentre in inglese è un acronimo che sta per‘Gli Arabi controllori del microfono’. I loro nomi sono Tamer Nafar, di 27 anni, suo fratello più piccolo Suhell, di 23 anni, e Mahmoud Jreri, di 24 anni. Tutti e tre sono nati e cresciuti negli slums di Lod, una cittadina israeliana a circa 20 km da Gerusalemme, dove convivono israeliani ebrei, arabi musulmani e cristiani. Il gruppo è nato nel 1998 e al centro della loro musica c’è stata fin dall’inizio la rivendicazione per il popolo palestinese di una vera libertà, di una vera dignità e di un vero rispetto dei loro diritti. Nelle loro canzoni combinano rap e hip hop con strumenti tipici e melodie musicali arabe e del Medioriente. Cantano in arabo, israeliano e inglese per farsi capire da tutti. Il loro primo disco, “Stop Selling Drugs”, risale al 1998, mentre nel 2001 è stata realizzata la canzone Min Irhabi (che significa “Chi è il terrorista?”), che è stata scaricata dal web da più di un milione di utenti, presto ha cominciato a essere cantata in molte manifestazioni per il popolo palestinese e ha avuto una diffusione internazionale, soprattutto in Francia. Nel 2006 è uscito il loro ultimo album, “Ihda” (che significa “dedica”). I Dam, anche grazie al loro passaporto israeliano, possono girare il mondo e portare le loro canzoni di protesta anche in altri paesi; inoltre fanno molti concerti non solo in Israele, ma anche nei territori occupati palestinesi, dove spesso si esibiscono gratis su palchi mobili in giro per le strade. Per conoscere meglio i Dam, questo è il loro sito, questi sono alcuni loro video, mentre in questa pagina è possibile leggere un’intervista a loro in italiano.”
WE7 è uno dei gruppi leader della scena hip hop palestinese. Adi Krayem (22), Anan Qsem (23) e Alaa Bishara (21) hanno formato il gruppo nel 2001, dopo aver deciso di condividere i loro scritti e creare canzoni. Anan e Alaa provengono dalla città di Nazareth, che si trova a nord di quello che ora è chiamato Israele, mentre Adi proviene dal villaggio di Kana, vicino a Nazareth. Pur essendo di nazionalita israeliana, WE7 si considerano un gruppo rap palestinese. Quando gli è stato chiesto perché, Alaa ha risposto: “Ipotizziamo che la Francia domani conquisti Israele: gli israeliani diventeranno improvvisamente francesi? Io non la penso così, e poi Israele è ancora più giovane di mio nonno”. Il contenuto dei testi dei WE7 è un riflesso della loro vita ed è molto legato al conflitto israelo-palestinese. La musica, invece, è una speciale combinazione di culture, unisce melodie orientali e ritmi occidentali. Vale la pena accennare al ruolo di primo piano che il gruppo ha avuto nel Cd “ArabRap.net” del 2002, che ha venduto oltre 10.000 copie a livello locale, e nel film “Sling Shot Hip Hop” del 2008, presentato in numerosi festival cinematografici di tutto il mondo. WE7 ha anche preso parte alla “European palestine Hip Hop Tour 2008” e a centinaia di altri spettacoli ed eventi organizzati in tutta la Palestina. Nel 2007 è stato pubblicato il loro primo demo, prodotto nello Studio Underground, che ha venduto circa 5.000 copie in Palestina. Per il loro primo videoclip “Tu’ul mfaker shu?” si sono avvalsi della collaborazione del giovane regista palestinese Sari Bisharat. Il loro primo vero e proprio album dovrebbe essere uscito nel 2009 con il titolo “Sot El Samt”, che significa “Voce del silenzio”. Le influenze musicale dei WE7 comprendono 2Pac, Nas, Talib Kweli, Mos def, Jay Z, Mbs, Pharoahe Monch, Dead Prez, Notorious BIG, mentre per le liriche le ispirazioni arrivano da Mahmoud Darweesh, Tawfeeq Zayad, Fadwa Tuqan ed Edward Said. Negli ultimi due anni l’interesse attorno a questo gruppo è aumentato notevolmente grazie anche alle performance a livello internazionale. I WE7, inoltre, sono fra gli artisti più votati sul sito internazionale www.naseeb.com, un social network con oltre 350.000 iscritti.
Tre ragazzi in felpa e maglietta, un piccolo studio di registrazione, una canzone rap. È il messaggio in bottiglia, via web, che arriva dalla Striscia di Gaza. Il trio si chiama Black Unit Band, ha scritto una canzone che racconta la vita reclusa di un milione e mezzo di palestinesi, ha tradotto nell’hip hop la rabbia dell’isolamento e alla fine ha messo tutto su MySpace. I loro nomi sono Mohammed Wafy, Khaled Harara, Mohand Matr. Sostengono che “dopo anni di conflitto tra israeliani e palestinesi, dopo tanto dolore e sofferenza, crediamo nella resistenza pacifica contro i nostri vicini e usiamo l’hip hop per vincere l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Pensiamo che la musica hip hop sia il modo migliore per diffondere il nostro messaggio per parlare del nostro paese, della nostra terra e della guerra in Palestina che uccide il nostro popolo. Vogliamo la libertà di vivere e vogliamo una Palestina libera. Vogliamo che il sogno diventi realtà”. Nell’isolamento assoluto in cui si trova Gaza, il trio prova a far uscire il suo messaggio. Che piace in Occidente, ma molto meno ai fondamentalisti: “Il pubblico un po’ ci ama e un po’ no”, ammette Wafy. “Qualcuno sostiene che la nostra è arte occidentale, che ci facciamo influenzare dai modelli americani. Questo è vero, non lo neghiamo. Ma noi usiamo questo tipo di arte occidentale, il rap, per aiutare la nostra terra e la nostra gente”.

Shadia Mansour, conosciuta anche come la first lady dell’hip hop arabo, è una cantante anglo-palestinese. Mansour ha iniziato a cantare all’età di cinque anni ed è apparsa in varie serie tv arabe, americane  e inglesi. È diventata una delle principali Mc femminili arabe, riconosciuta in tutto il mondo. È apparsa come ospite in brani di The X-vandali, DAM (gruppo palestinese rap), Olkinary (rapper francese) e molti altri. Mansour ha aperto per Busta Rhymes e Mobb Deep presso il Club Palladium di New Rochelle e il suo tour negli Usa ha ricevuto una calorosa accoglienza a Chicago, Milwaukee, San Francisco e Los Angeles. Mansour ha anche preso parte a the Annual Pre Black August Concert a New York con DJ Juice Johnny (Public Enemy). Particolarmente fortunato è stato il suo tour olandese, sold out in tutte le quattro date, nel quale si è esibita insieme a un’orchestra di 200 persone e a un coro di 50 bambini. Nel 2009 ha apertothe Annual Black August Benefitper i prigionieri politici hip hop, accanto a grandi leggende come Q-Tip, EPMD, Bilal, Blackmoon, Smif N Wessun e Immortal Technique. In seguito al successo olandese le è stato chiesto di ritornare nei Paesi Bassi per il Gala dinner all’inizio di novembre.
Safaah Hathot per mantenersi vende telefoni cellulari; la sua amica Nahawa Abed Alaal, invece, quando non ha in mano il microfono, lavora in una profumeria. Le due ragazze, 21 e 24 anni, entrambe di Akko, hanno dato vita alle Arapyat, ovvero “Ragazze arabe che fanno rap”, e hanno dovuto superare non poche difficoltà per potersi esibire. “Quando abbiamo iniziato, qualche sconosciuto – gente di qui – veniva a dirci: ‘Siete donne, arabe e musulmane. Il rap non è cosa per voi’. Sapete, la comunità araba in Israele è conservatrice. Ma genitori e amici non ci hanno mai fatto mancare il loro sostegno. E adesso ai concerti abbiamo un buon seguito”, racconta Safaah. Nelle loro canzoni le Arapyat parlano anche dei problemi delle donne. Perché “la libertà delle ragazze musulmane è limitata e chiediamo che ci sia restituita. Non è questione di poter uscire con i ragazzi o di andare a divertirsi la sera. Ci vengono negati diritti ben più importanti, come poter studiare e lavorare, essere indipendenti. Molte di noi hanno il destino segnato: stare a casa, sposarsi, fare bambini”. Colpa della religione? “No, affatto: molti credenti hanno una mentalità aperta. I limiti vengono semmai da questa società, che è troppo conservatrice”. Allo stato attuale sembra che Safaah, con il nome di SAFAA 3ARAPEYE, abbia intrapreso la carriera solista, dato che la maggior parte dei brani in circolazione è solo a suo nome.

Di questo gruppo so poco o nulla. Sono riuscito ad ascoltare alcuni loro pezzi, molto entusiasmanti a dire il vero, ma a notizie stiamo a zero. Sono un duo formato da Nakhly Sima’an e Waleed Mtanis, entrambi di 19 anni (ma i dati sono del 2007). Provengono da Abu Snan, villaggio della Galilea. Il loro nome significa “Poeti della strada”. Non hanno alcuna idea sul perché abbiano scelto l’hip hop come mezzo di comunicazione: per quanto li riguarda l’hip hop li ha scelti.
È la band più fresca della scena hip hop palestinese. È stata formata a fine 2007 da Amani Tattur, proveniente da Reine, vicino a Nazareth, e Mai Zarqawi da Majd El Krum, un villaggio a nord di quello che oggi è chiamato Israele. Entrambe le ragazze hanno meno di 15 anni e si sono già fatte un nome nella scena hip hop: Dmar è oggi uno dei gruppi più richiesti dal vivo grazie all’unicità e al talento formidabile delle due giovani. Sui motivi della loro passione per l’hip hop, Mai dice: “Troviamo il rap un modo semplice per trasmettere le nostre voci all’ambiente che ci circonda”. La band ha già registrato due canzoni agli Underground Studio di Nazareth e sta attualmente lavorando su materiale nuovo. Il primo singolo di Dmar è intitolato “School” ed è una riflessione sulla scuola che frequentano e sulle differenze che colgono tra i loro istituti e quelli ebraici. La canzone è divenuta un grande successo in pochissimo tempo. In seconda battuta hanno registrato “The 3rd generation”: la canzone parla del rifiuto, in quanto palestinesi, ad assimilarsi alla società israeliana e alla lotta per mantenere vive le loro radici. In questo pezzo sono affiancate dalla voce di Adi Krayem dei WE7. Amani afferma: “Stiamo affrontando tutte le forme di occupazione, da quella della terra, l’occupazione politica, a quella delle menti, portata avanti dai media, l’occupazione culturale”. La band ha partecipato al “Under Ground Mixtape”, Cd che comprende tutti i rapper della scena palestinese, e sta attualmente lavorando alla realizzazione del primo album.
È molto raro trovare giovani rappers con la consapevolezza che hanno questi ragazzi. Il gruppo è formato da Bahaa Rashed ed “Essam Boulos, entrambi di 20 anni. Provengono da un piccolo villaggio chiamato Reneh, che si trova 5 chilometri a nord di ciò che è chiamato oggi Israele. Il nome della band deriva dalla data della Nakba, la creazione dello Stato ebraico, che ha sancito la cacciata del popolo palestinese dalle sue terre. Nel 2001, quando i primi rappers palestinesi sono apparsi in Israele, Bahaa ed Essam hanno deciso che dovevano prendere parte a quella rivoluzione culturale e hanno scelto il nome AL 48, data simbolo dell’inizio delle sofferenze del popolo palestinese. Sin dall’inizio si sono guadagnati un nome sulla scena hip hop. I loro testi toccano una vasta gamma di temi, dalla politica alle questioni sociali e personali, riflettendo la saggezza di strada e il punto di vista rivoluzionario. Alla domanda sul modo in cui scrivono i loro testi, Bahaa risponde: “Arrivano dal cuore, da quello che ci succede come individui che vivono sulla strada”. L’obiettivo principale di AL 48 è diffondere la consapevolezza tra le menti dei loro fratelli, rivelando verità nascoste agli occhi del grande pubblico, le meno felici e più vere, dai problemi di droga nei quartieri arabi al razzismo. E lo stanno facendo con un talento straordinario e grande tecnica. Finora AL 48 è ancora un gruppo underground, soprattutto a causa della difficoltà di ottenere un contratto discografico e della paranoia demografica dello Stato ebraico, che vede nella diffusione dell’arabo cantato una minaccia. Come gruppo clandestino hanno prodotto alcuni singoli di successo, che hanno avuto un buon riscontro tra i fan dell’hip hop della zona. Attualmente stanno lavorando al loro primo album, di prossima uscita.
L’hip hop è formato da vari elementi inseparabili. Mc, break dance, graffiti art, dj e beat boxing sono le pietre che tengono l’hip hop insieme. Eyad Kassem, in arte Eyad-bc, è un maestro nell’arte del beat boxino, che consiste nella capacità di imitare tutti i suoni di una batteria (percussioni, piatti ecc.) e di altri strumenti con l’uso della voce. Cominciata la carriera all’età di 14 anni, Eyad Kassem è diventato presto uno dei beat boxer più abili nella scena hip hop palestinese. Eyad è un elemento indispensabile e di primo piano negli Underground Studio di Nazareth ed è raro trovare mc’s che rappano senza Eyad, che dà le prime battute. Ha suonato con quasi tutti i rapper della scena palestinese come beatboxer, guadagnandosene il rispetto, e il suo singolo “Al hya hek” (“That’s life”)ha rappresentato uno delle migliori produzioni dell’Underground Studio. Eyad ora sta lavorando al suo primo album e quando gli viene chiesto se porrà più attenzione al rap o al beat boxing, risponde: “È un album di hip hop, troverete tutto lì”. Essendo studente e lavoratore, è difficile per Eyad finire il suo album in fretta. Quindi bisognerà aspettare.
È un duo formato da Morad Abo Ahmad (Mcm-Moradios) e Shafek Khlief (Scorpion). Si definiscono “solo una normale coppia di Nazareth, città palestinese che, per uno strano caso, ora sta in Israele”. Hanno iniziato a rappare in tenera età solo per il gusto di farlo. Morad era un grande fan dell’hip hop e quando è nata una scena in Palestina si è unito a Shafek, che era alla ricerca di un gruppo al quale aggregarsi. Gli inizi non sono stati facili, per una serie di motivi, gli ostacoli sono stati molti. Proprio per questo hanno deciso di chiamarsi “Survivors”. Come altri gruppi palestinesi si appoggiano agli Underground Studio e sono al lavoro sul loro primo album, che uscirà presto. La loro massima è : “Il mondo appartiene a chi crede nella bellezza dei suoi pensieri”.
Ramallah Underground, con sede a Ramallah, nei Territori occupati, è nato dall’immediatezza della sperimentazione musicale e dalla necessità di dare voce a una generazione di palestinesi per affrontare un panorama politico turbolento e incerto. Il collettivo è stato fondato dagli artisti Boikutt, Stormtrap e Aswatt e con l’obiettivo di ringiovanire in modo creativo la cultura araba. A tal fine RU combina musica araba elettronica, hip hop, trip hop, downtempo con un’attenzione profonda alla cultura locale. Il risultato è un suono molto particolare e caratterizzato. RU ha avviato numerose collaborazioni in Libano, Gran Bretagna, Svizzera, Italia, Stati Uniti, Francia e in molti altri paesi. Spicca la collaborazione con Slovo, gruppo guidato dal chitarrista Dave Randall, per il brano “Nakba”, che compare nell’album “Todo Cambia”, e con il Kronos Quartetnel brano “Tashweesh”. Recentemente RU ha inserito una componente visiva nelle esibizioni dal vivo, in collaborazione con l’artista Ruanne. I testi e la musica di RU sono sinonimo di angoscia e sfida: in ultima analisi, ancora una voce ribelle dei colonizzati contro il colonizzatore. RU svolge un ruolo importante nella scena culturale araba underground, mentre lentamente guadagna popolarità a livello locale e globale.
Abir Alzinaty, 24 anni, di Lod, nota come sabreena da witch, è la piu rappresentativa delle rapper palestinesi. Nata da una famiglia palestinese all’interno dei confini israeliani, Abeer ha imparato a esprimersi attraverso l’arte. Performer di R&B in arabo e inglese dal 2000, ha partecipato a varie iniziative a sostegno dei bambini palestinesi. Con altre due guerillas ladies locali ha fondato un centro per giovani nella sua città natale chiamato “Future seekers”, per fornire ai bambini uno spazio in cui giocare e crescere. Ha lavorato a Gerusalemme est in una lobby di donne israeliane, come mentore per giovani ragazze. Il programma era focalizzato sulla leadership femminile nella società e sul ruolo delle donne nel progresso del mondo. Nel 2007 si è trasferita negli Stati Uniti, dove risiede attualmente. Viaggia costantemente, portando un messaggio di solidarietà e libertà: “Offro la mia voce per la liberazione del mio popolo dall’oppressione, ma mi batto anche per i diritti delle donne, contro il ruolo esclusivo di moglie e madre che la società vuole imporci. Il mio concetto di liberazione perciò è ampio, include l’attivismo politico per la Palestina e quello per l’emancipazione femminile”, spiega la giovane rapper, che di recente ha stabilito contatti stabili con i Philistines, rapper palestinesi di Los Angeles. “Dobbiamo collaborare, unire le nostre voci in tutto il mondo, per farle sentire ancora più forti”.
Il 2003 ha segnato l’inizio della resistenza palestinese, conosciuto semplicemente come la creazione di PR. PR è il risultato di un gruppo di giovani palestinesi che desiderano esprimere i loro sentimenti verso le lotte quotidiane dei loro connazionali. Hanno scoperto che l’hip hop era il modo più efficace per condividere pensieri e speranze per il futuro della Palestina e del suo popolo. L’hip-hop ha anche offerto la possibilità di protestare pacificamente contro l’occupazione delle loro terre e l’oppressione del loro popolo. La musica può essere compresa da tutti, e questo è uno dei loro principali obiettivi quando creano nuove canzoni. I membri del PR hanno già prodotto diversi pezzi e sono al lavoro per pubblicare il primo album. Sono uno dei gruppi protagonisti del film documentario “Slingshot hip hop”, che ha debuttato al Sundance film festival 2008. Hanno effettuato numerosi spettacoli a Gaza e Ramallah. Originario di Gaza, il gruppo è composto da quattro membri: Mohammed Al-Farra, Aka DR the Rapper Dynamic, che ha già pubblicato il suo primo album da solista, Mahmoud Fayyad A.K.A Kan’an, Moataz Al-Hewaihy, alias Mezo, riconoscibile per la voce profonda. Ayman Meghames, conosciuto semplicemente come Ayman, si è unito ai PR dopo lo scioglimento del suo precedente gruppo Gazesta.   MYSPACE
Sameh “SAZ” Zakout è nativo di Ramla, città prevalentemente arabo-palestinese all’interno di Israele, con un alto tasso di criminalità e povertà. Per trascendere la violenza che affligge il suo popolo e la sua città, SAZ ha scelto la via dell’hip hop e afferma: “Se non avessi avuto una carriera musicale, probabilmente sarei per le strade a vendere droga”. Discendente da una famiglia di comunisti musulmani palestinesi cacciati dal loro villaggio nel 1948, SAZ è stato spronato a scrivere rime hip hop dalla sua insegnante di terza elementare. Ha cominciato a esibirsi in pubblico all’età di 16 anni e da allora è diventato un nome importante della scena hip hop palestinese. Scrive rime in arabo, ebraico e inglese ed è ampiamente acclamato per la sua tecnica. Gli sono stati dedicati articoli da riviste quali Rolling Stone ed è apparso sulla Cnn. Come altri suoi colleghi palestinesi, Sameh ha colto un’analogia tra il disagio cantato dai vari gruppi rap americani ai quali si ispira e la sofferenza del popolo palestinese e usa la musica rap per recapitare un messaggio di lotta per il diritto a un’identità nazionale e per ricordare la storia della sua terra, rivendicando con orgoglio la propria appartenenza alla nazione palestinese. È molto critico nei confronti dei fratelli che praticano la violenza e usano droghe anziché preoccuparsi per il futuro. Nonostante la sua giovane età è gia stato realizzato un film documentario su di lui e la sua famiglia, trasmesso in diversi paesi.
Per la stesura di questo post ho tratto informazioni, oltre che dalle pagine myspace dei vari artisti, dai seguenti articoli:
il manifesto del 17 Agosto 2008
2) Palestina, Hip hop al tempo di Hamas di Michele Giorgio, Il Manifesto, 29 agosto 2007
di Michela Sechi
repubblica web marzo 2007
Post n. 45 pubblicato il 27 novembre 2008da yule1959 sul blog profumo di lavanda
A questi indirizzi si possono trovare video, canzoni e altre informazioni sulla scena hip hop palestinese :
REVERBNATION   (brani della black unit band)

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