Per guardare avanti (Le riflessioni della redazione di Globalproject sul 15 Ottobre)


Mentre scriviamo è in corso una maxi-operazione delle forze dell’ordine, con perquisizioni e arresti. Quando tutto sarà finito, il piano della discussione sarà un altro: con buona probabilità si restringeranno gli spazi di libertà per tutti, lotte sociali comprese; ci si avviterà attorno al tema repressivo; le questioni che contano – costruire un’alternativa alla dittatura della finanza ‒ verranno messe all’angolo da un nuovo ordine del discorso. Forse andrà così, ma non necessariamente, se riusciamo ad esplicitare da subito un punto di vista radicale sui fatti di sabato.

Partiamo dall’inizio. Sabato 15 ottobre a Roma c’è stata una grandissima manifestazione, mezzo milione di persone hanno attraversato la capitale con la pretesa testarda di far pagare il debito a chi l’ha prodotto, le corporation, le banche, gli hedge fund, i protagonisti di quel processo di trasformazione del mondo segnato dalla precarizzazione del lavoro e dalla finanziarizzazione dell’economia. Mezzo milione a Roma, ma manifestazioni in 1.000 città e 82 paesi di tutto il pianeta terra: un nuovo movimento globale, consapevole e preparato si è messo in cammino, questo è ciò che effettivamente conta.
A Roma, e solo a Roma, occorre ricordarlo, la grandissima manifestazione è stata divisa e frammentata dagli incidenti con le forze dell’ordine e non solo. Non condanniamo, non siamo un tribunale. Ma nella nostra parzialità esprimiamo un giudizio politico, come tutti dovrebbero avere il coraggio di fare. L’unico modo per far fuori le semplificazioni giornalistiche che separano i buoni dai cattivi, la violenza e la non violenza, è dire con forza che le pratiche di conflitto, anche radicali, possono unire, connettere e costruire, ma possono anche dividere e distruggere. Le pratiche messe in campo da alcuni, pochi, durante la manifestazioni di sabato a Roma, hanno diviso il movimento, hanno messo in pericolo chi voleva manifestare (come definire altrimenti una macchina o un palazzo che brucia a due metri dal passaggio dell’intero corteo?), hanno messo in crisi lo spazio pubblico e politico che quella manifestazione voleva costruire. Assumendo questa differenza, il nostro giudizio è chiaro, nettissimo. A San Giovanni, poi, è successo ancora altro. La reazione della polizia è stata scomposta e violentissima: l’uso degli idranti, i caroselli contro l’intera piazza. In risposta a questo fatto c’è stato un gesto di resistenza più ampio che ha coinvolto altri giovani e giovanissimi che poco avevano avuto a che fare con chi, durante il percorso del corteo, aveva deciso di dividere il movimento, con pratiche di conflitto irresponsabili, oltre che inutili (bruciare macchine o cassonetti in via Labicana: altro che assedio ai palazzi del potere!), e che, soprattutto, aveva quasi come unico obiettivo, tutto politico, se non politicista, quello di colpire il Coordinamento 15 ottobre e la piazza, San Giovanni, dove dovevano esprimersi le lotte sociali e di certo non i partiti politici.
Ora, due giorni dopo, facciamo i conti con una scena inquietante e con un problema. La scena inquietante è quella definita da un nuovo dispositivo: la repressione “partecipata”, l’appello alla “delazione di massa”. Che sia il Corriere della sera a promuovere la linea di Cameron e della sua Big Society, non ci stupisce, che sia il mondo dei social network, in autonomia, a definire questo processo, è cosa assai più drammatica. La raccolta “autogestita” dei materiali video e fotografici, utili a colpire i «violenti», ci parla di un mondo davvero complesso, che le retoriche e le pratiche che confondono ed equiparano i riots di Londra con il 14 dicembre, non solo non capiscono, ma finiscono per alimentare. Il dispositivo, appunto, è un rapporto: il rapporto tra delazione di massa e riots indiscriminati, le due cose, come ci ha dimostrato già Londra questa estate (vi ricordate i giovani che andavano a pulire la città?), viaggiano assieme, sono due facce di una stessa medaglia. E questo ci dovrebbe aiutare a fare piazza pulita anche di atteggiamenti linguistici e politici irresponsabili (pensiamo al proliferare di retoriche insurrezionaliste, agite solo per un giochino di posizionamento politico tra gruppuscoli che hanno nostalgia degli anni ’70), perché le parole che usiamo, a volte, producono mostri.
Il problema dei movimenti è semplice. Da adesso in poi non è più possibile eludere la discussione sulle forme di democrazia e sulla molteplicità espressiva dello spazio pubblico di movimento. Le lotte sociali, la generazione precaria, gli studenti e le resistenze operaie, le lotte ambientali e per i beni comuni, devono poter determinare in autonomia il loro modo di stare in piazza, di manifestare, di fare conflitto. Questo vuol dire che non è più possibile rinviare un ragionamento pubblico sulle forme di autoregolamentazione dei cortei, anche e soprattutto quando i cortei vogliono violare le zone rosse o semplicemente sfidare i divieti per invadere la città (come gli studenti hanno fatto negli ultimi tre anni). Come sia possibile una piazza plurale, ma nello stesso tempo democratica, è un problema di tutti, di tutte le lotte sociali, non è un problema di qualcuno, non è un problema dei centri sociali. Per questo la discussione deve essere aperta, per questo c’è bisogno di essere tempestivi, perché il 15 ottobre non può e non deve consegnare il movimento al minoritarismo e al ghetto, perché il movimento non può condannarsi all’impotenza, perché il conflitto, anche radicale e aspro, non può essere messo all’angolo.

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