Dalla dittatura dei mercati alla governance della finanza


da globalproject

Europa: necessità dei movimenti costituenti per l’alternativa

di Beppe Caccia e Luca Casarini

L’epoca che stiamo vivendo è quella della crisi. Globale e sistemica. Tutt’altro che congiunturale. Destinata a cambiare strutturalmente il mondo per come l’abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni. Ma tutto tranne che omogenea nei suoi effetti nelle diverse aree del pianeta. E nient’affatto lineare nei suoi sviluppi. Con la crisi del debito sovrano è uno stadio ulteriore ad essere raggiunto. E con l’insediamento del governo Monti in Italia è una fase politica inedita che si apre, per il nostro paese e per lo scenario europeo.

Cerchiamo di ripercorrerne sinteticamente i passaggi successivi. Siamo ormai nel pieno del quarto anno, a partire dall’esplosione della bolla finanziaria originatasi nel mercato immobiliare statunitense e nella cartolarizzazione dei mutui subprime e, simbolicamente, dal conseguente fallimento della banca d’affari Lehman Brothers, della più lunga e complessa crisi che il modo di produzione capitalistico abbia mai conosciuto nella sua storia. Ormai lo stesso paragone con la durata e la profondità della crisi del 1929 non regge più. Nessuno, da ultimo Barroso, nega più il suo carattere sistemico. La crisi si presenta come un concatenamento aperto di molteplici nodi rimasti irrisolti nel processo di costruzione del mercato globale: materie prime ed energia, clima e produzione agro-alimentare, finanza ed economia, fino alla dimensione sociale e politica.

Il suo carattere planetario, allo stesso modo, tocca in maniera differenziata le diverse aree territoriali, il loro ambiente; il peculiare modello di sviluppo, di organizzazione del lavoro e del suo sfruttamento che in ciascuna di esse si era affermato; i singoli modelli politici e le forme di esercizio del comando che erano andate strutturandosi, nella stessa misura in cui i singoli contesti regionali erano stati negli ultimi due decenni agenti attivi e soggetti passivi dei processi di globalizzazione della produzione e del mercato. Gli ultimi mesi hanno visto l’irrompere della crisi del debito sovrano. E’ uno stadio raggiunto progressivamente: in una prima fase la tempesta finanziaria si era abbattutta sul debito privato, risorsa cui erano stati costretti a ricorrere in tutto l’Occidente milioni di proletari e ceto medio impoverito per soddisfare il bisogno di un’abitazione o le necessità dell’acquisto di beni di consumo di fronte alla contrazione del proprio reddito nel corso degli anni Novanta, e sui castelli finanziari, i cosiddetti “titoli tossici”, che costruiti su di esso ne avevano moltiplicato esponenzialmente la portata.
Poi l’uragano della speculazione e dell’insostenibilità ha invece investito il debito pubblico, gonfiato a dismisura per effetto delle risposte cosiddette anti-crisi che, nei tre anni trascorsi, hanno portato i governi di Stati Uniti ed Europa a pompare ingenti quote di liquidità nei programmi di salvataggio delle banche e delle centrali finanziarie, attraverso la crescente emissioni di titoli di Stato che sono stati collocati non, come era storicamente avvenuto, sul mercato del piccolo risparmio privato e nazionale, ma di nuovo nei circuiti della speculazione globale (sia quella privata dei cosiddetti “investitori istituzionali”, sia quella dei fondi d’investimento sovrani detenuti dalle potenze emergenti del BRIC). Le politiche di deficit spending sono state dunque indirizzate non all’attuazione di misure tradizionalmente keynesiane di rilancio della crescita, per mezzo di un irrobustimento del reddito diretto ed indiretto disponibile, né allo stimolo di nuovi settori di sviluppo produttivo (si pensi alle illusioni della “green economy” obamaniana), ma ad alimentare invece una volta di più i processi di finanziarizzazione, ormai del tutto indistinguibili dai processi di produzione materiale e immateriale della cosiddetta “economia reale”.
Fino a quest’estate (come Christian Marazzi ha saputo spiegarci), allo scoppio di una vera e propria bolla del debito pubblico, con il concreto rischio di default per il bilancio degli Stati sovrani, europei in particolare, tra cui la Grecia e l’Italia e conseguente rischio di collasso per il sistema monetario dell’Euro.

Il resto è storia nota, cronaca del momento che stiamo vivendo: la risposta alla situazione che si è così determinata è stata individuata in politiche di pesante contenimento del deficit statale attraverso drastici ed indiscriminati tagli alla spesa pubblica, che penalizzano in primo luogo i superstiti spezzoni di Welfare in tutta Europa, a partire dalla contrazione dei programmi di assistenza sociale, dal disinvestimento su scuola, università, ricerca e cultura, fino alla privatizzazione di servizi pubblici essenziali, alla svendita di patrimoni e beni comuni, all’invocato obbligo di ulteriori “riforme” del sistema previdenziale, a carico delle nuove e future generazioni.Ma, oltre agli effetti di macelleria sociale che sono sotto gli occhi di tutti, tale meccanica sequenza ha comportato anche delle conseguenze per lo statuto della politica e della democrazia che sono altrettanto rilevanti. Nell’ultimo decennio avevamo potuto seguire il dipanarsi della crisi della rappresentanza politica tradizionale, la sua inadeguatezza ad esprimere le trasformazioni produttive e nella composizione sociale, che avevano caratterizzato il superamento del modello fordista e keynesiano. Se, appunto, all’affermarsi dell’ideologia e del modello neoliberista, ai primi tentativi di strutturazione di una governance politica globale era seguito il progressivo svuotamento dei luoghi stessi della rappresentanza, oggi si è prodotto un ulteriore salto. Quello che possiamo definire come dittatura dei mercati finanziari. Leggibile, prima, nell’esempio della contemporanea tragedia della Grecia, dove un governo di centrosinistra democraticamente eletto è stato costretto ad applicare le politiche di austerity altrove decise dalla troika costituita da Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Commissione Europea. Poi, emblematicamente confermato dalla ormai famigerata lettera sottoscritta ad agosto da Trichet e Draghi che, a nome della stessa BCE, ha intimato nei dettagli quali misure di politica economica e sociale dovessero essere assunte, per decreto urgente, dal Governo italiano.
Siamo al collasso della sovranità politica nazionale in quanto tale, nel momento in cui a decidere dei fondamentali che regolano la vita economica e sociale di un Paese non sono più, con tutti i loro noti limiti, un parlamento e un governo democraticamente eletti, ma poteri ad esso estranei, nel migliore dei casi oligarchie tecnocratiche, quando non gli anonimi ed onnipotenti flussi dei mercati finanziari, o la combinazione di queste forze, talvolta in sintonia, più spesso in contraddizione tra loro.Rispetto alle crisi finora storicamente conosciute, ciò che infatti colpisce è l’assenza di un Piano, foss’anche di un disegno di pianificazione capitalistica che mostrasse una via d’uscita, anche la più odiosa e inaccettabile, dalla crisi stessa. Si ha invece l’impressione di trovarsi di fronte ad un caos organizzato, dominato dalla pura tensione dei mercati, dalla logica della speculazione finanziaria, della rendita ad essa collegata, ovvero del realizzo di enormi ricavi nel brevissimo termine, senza alcuna prospettiva di programmazione sul medio e lungo periodo.

Se quella dei mercati finanziari è una “dittatura senza Piano”, dagli effetti distruttivi e potenzialmente catastrofici, il risultato è l’ulteriore progressiva divaricazione di capitalismo e democrazia, lo sciogliersi di quel binomio che aveva accompagnato la seconda metà del Secolo breve, il Novecento, quando sviluppo del mercato capitalistico e affermazione della democrazia liberale e dello Stato sociale, pur con tutte le contraddizioni che potevamo individuare, sembravano procedere indissolubilmente legati. Non è, a tal proposito, casuale che proprio le potenze economiche emergenti, i Paesi che subiscono in misura minore gli effetti di una crisi che ha il suo epicentro tra Stati Uniti d’America e vecchia Europa e mantengono per il momento tassi annui d’incremento del PIL a due cifre, siano in larga parte caratterizzate da fenomeni di governance autoritaria, dalla restrizione di spazi di libertà e godimento di diritti che potevano, fino a poco tempo fa in questa parte del globo, apparire come irreversibili acquisizioni.Nel frattempo però il tentativo di concentrare e/o limitare l’attacco della speculazione al debito sovrano di Grecia e Italia è fallito. Il declassamento da parte delle agenzie di rating della valutazione delle finanze statali francesi e l’esplosione dello spread dei titoli di Stato spagnoli mostrano come la crisi non sia circoscrivibile, ma investa nel suo complesso l’Eurozona, lo spazio definito dalla moneta unica. La stessa Germania non può chiamarsi fuori: se le cifre del bilancio statale appaiono in ordine, la stessa cosa non può dirsi del suo sistema bancario. I portafogli degli istituti di credito tedeschi sono, più di altri, pieni di “titoli tossici” e di titoli dei paesi più a rischio default. La crisi del debito sovrano è ormai crisi dell’Eurozona e ad essa guardano con la preoccupazione per un possibile effetto domino i principali attori economici e le potenze politiche del pianeta, non foss’altro per l’elevatissimo grado di integrazione e interdipendenza del sistema produttivo e finanziario globale.E’ in tale cornice che l’Italia (e la Grecia con l’esecutivo guidato da Papademos) da “anello debole”, da “anomalia” che andava circoscritta, torna invece a proporsi come “laboratorio”, luogo di sperimentazione della capacità di inventare e organizzare una risposta politica nuova alla crisi finanziaria dell’Eurozona e ai suoi effetti economici e sociali. L’esaurimento della parabola politica di Berlusconi è infatti il risultato dell’inadeguatezza del suo progetto politico – anche per gli interessi e i poteri dominanti che, più o meno entusiasticamente, avevano sostenuto questa ventennale variante dell’ “anomalia italiana” – a misurarsi con il carattere sistemico della crisi e con le sue persistenti conseguenze produttive. Di questo ci parla il progressivo sganciamento cui abbiamo assistito da parte dei cosiddetti poteri forti, dalla grande stampa alla Confindustria fino al Vaticano. Fino all’aperta ostilità dei mercati finanziari globali. Il “berlusconismo” infatti, inteso come fenomeno di medio periodo, come particolare forma di governo capitalistico dello spazio nazionale italiano, come inedita ricombinazione di neoliberismo economico e populismo postmoderno, utilizzo dei media e gestione spregiudicata della corruzione politica, costruzione cesaristica del partito e capacità di federare interessi territoriali, si è rivelato inadatto, sul piano interno così come su quello internazionale, a gestire la crisi e la profondità dei suoi effetti sociali. Inadeguato ai tempi che stiamo vivendo.Il governo Monti nasce a partire da una pressione senza precedenti da parte della dittatura dei mercati; per l’iniziativa determinata di Napolitano, che produce un evidente slittamento, in chiave eccezionalista e semi-presidenzialista, della costituzione materiale della Repubblica (si vedano le efficaci considerazioni sulle figure schmittiane svolte da Marco Revelli e quanto scrive qui sotto Francesco Brancaccio); sulla base infine di un consenso delle forze politiche mai visto prima (neppure gli andreottiani “governi dell’astensione” ai tempi del compromesso storico avevano raccolto un voto parlamentare di fiducia così largo) e di un altrettanto vasto assenso dell’opinione pubblica (così come raccolto dallo spurio strumento dei sondaggi).Ma soprattutto esso rappresenta il tentativo, nel contesto della più generale crisi dell’Eurozona, di proporre una strutturata governance della finanza. Di misurare cioè l’obiettivo di stabilizzare la situazione del debito sovrano con il problema di costruire intorno ad esso consenso sociale. Sia detto una volta per tutte: con il termine “governance” non intendiamo definire un esercizio più “soft” del potere, ma un dispositivo di comando più flessibile ed articolato, in grado di alternare e/o combinare chiusura con apertura, dissuasione con persuasione, interventi autoritari con processi concertativi e partecipativi. I conflitti sociali generati dalla gestione capitalistica della crisi, nel quadro della dittatura dei mercati, sono perciò il presupposto (e il permanente termine di verifica) dell’esperimento di governo Monti.Ecco perché alla genericità degli equilibrismi retorici esibiti nei due discorsi della fiducia, pronunciati da Monti davanti a Camera e Senato, corrisponderà la continua ricerca dinamica, nell’azione di governo, di un punto di equilibrio tra misure di carattere liberista e loro risarcimento sociale. Ed è tutt’uno con il tentativo (lo ha affermato con chiarezza Etienne Balibar) di proporre un nuovo modello di governo politico dell’Europa: altro che “tecnica”, un’unificazione politica nel segno di un “neoliberalismo temperato”. Con quali risultati è oggi difficile prevedere. Certo, i margini materiali per coniugare – come pretenderebbe la narrazione del “governo tecnico” – “rigore, equità e sviluppo” sono sottilissimi, per non dire nulli, se si intende restare nel quadro delle compatibilità dettate dai criteri di normalizzazione della finanza statale su scala europea. Del tutto impossibile se poi si intende conciliare questo obiettivo con la logica predatoria della speculazione finanziaria a breve termine e con l’estrema polarizzazione sociale della ricchezza cui essa ha dato luogo. Insomma, la stretta strada descritta dal tentativo montiano di governance della finanza è, nel medio periodo e strutturalmente, impraticabile. Ma resta tuttavia lo scenario con cui nei prossimi mesi saremo costretti a confrontarci, considerato pure che esso sconvolgerà e ridefinirà anche le geografie interne, politico-rappresentative, che fino a qui avevamo conosciuto: solleciterà e stravolgerà le forme partito esistenti, scioglierà e ricostituirà alleanze e coalizioni.Ed opererà soprattutto in uno spazio europeo nel quale l’unico collante continentale, l’unione monetaria, sarà esposto di continuo al rischio di un collasso che comporterebbe conseguenze economico-sociali e geopolitiche di proporzioni catastrofiche: dal blocco del sistema creditizio alla paralisi del sistema produttivo, fino alla sospensione dell’erogazione di stipendi e salari, così come l’evaporazione di un soggetto europeo, per quanto unicamente economico-monetario, e il determinarsi a catena dell’insolvenza dei singoli stati, renderebbe l’Europa tutta ostaggio definitivamente dipendente dalla storica potenza atlantica e da quelle nuove asiatiche. In tale prospettiva, proprio perché non siamo mai stati sostenitori del “tanto peggio tanto meglio” e conosciamo quali ne siano stati storicamente gli effetti per le condizioni sociali dei molti e per gli spazi di libertà e democrazia, l’idea stessa di default, che assumerebbe in tal caso carattere generalizzato e nient’affatto selettivo e governabile, dev’essere (come suggerisce qui GMDP) maneggiata con estrema cura. In questa situazione, per come abbiamo sommariamente cercato di descriverla e modestamente consapevoli delle enormi difficoltà che abbiamo di fronte, è necessario provare a mostrare, continuamente e in ogni singolo passaggio, l’ambivalenza della crisi, il suo essere una situazione aperta, certo ad esiti tragicamente regressivi sul piano di vere e proprie catastrofi ambientali, delle condizioni di vita, di reddito, di godimento dei diritti e delle libertà per i molti, così come potenziale occasione di cambiamento, di radicale messa in discussione del modello di sviluppo, di questo modello di sfruttamento del lavoro vivo, di ineguale distribuzione della ricchezza socialmente prodotta e del nefasto pensiero unico che lo ha accompagnato.

“Là dove massimo è il pericolo, là è forse la salvezza” ci ricorda il Poeta. Ed è proprio questa la nostra convinzione: mai come ora, siamo di fronte ad un bivio, tra la barbarie, l’abisso che si spalanca di fronte a tutti noi, e la costruzione dell’alternativa possibile.
Si tratta di un’alternativa radicalmente di sistema (su questo, da ultimo, ha insistito Tonino Perna), tale perché obbligata ad affrontare simultaneamente i nodi irrisolti che a questa situazione hanno condotto: che cosa e perché produrre, come e per chi produrlo. Costretta ad interrogarsi su come, a partire da un livello di sviluppo delle forze produttive senza precedenti, a partire cioè da una crisi originata da condizioni di abbondanza e non di scarsità, sia effettivamente possibile garantire un rovesciamento di tutte le sue fondamentali coordinate.
E’ un compito di immani proporzioni e la parola “alternativa” stessa rischia di trasformarsi in una buzzword, il concetto di essere ricondotto ad una formula vuota, ad uno slogan inefficace, se non siamo in grado di assumerla come proposta, ad un tempo, complessa e complessiva.
Ciò significa partire, come abbiamo fin qui fatto, dalla consapevolezza della non-autosufficienza di ciascun soggetto e dell’assenza di un livello, di un campo d’iniziativa che, da solo, possa ritenersi risolutivo nell’affrontare i problemi e la portata del cambiamento che essi implicano. E’ necessario piuttosto considerare come solo il faticoso intreccio, la continua combinazione di più piani, di più livelli d’azione sociale e sindacale, culturale, politica e istituzionale possa produrre una matura prospettiva di alternativa. Come in sé il conflitto, la spinta dal basso dei movimenti sociali, così come l’iniziativa sindacale in un quadro di contrattazione categoriale o settoriale, per non parlare dell’attività istituzionale, dell’azione di governo (che è comunque cosa altra dal definitivo crepuscolo di ogni illusione rappresentativa) ad ogni livello, sia esso locale o nazionale, ciascuno di questi ambiti, se isolato, non sia strutturalmente capace di aggredire i nodi che la crisi ha portato al pettine.
E’ invece proprio dal superamento dell’autoreferenzialità, e dalla conseguente riconnessione di sociale e politico, che può proporsi e tentare di attuarsi un’alternativa che sia permanente ricerca e pratica di un comune orizzonte di trasformazione possibile. E ciò vale anche per l’individuazione degli spazi politici in cui essa possa esprimersi: nell’interdipendenza della dimensione locale e di quella nazionale, fino a quella europea, che non può in alcun modo essere abbandonata agli “spiriti animali” della dittatura dei mercati, o al dominio delle oligarchie tecnocratiche, per quanto “moderato e temperato”.
L’Europa rappresenta invece sia il luogo dell’incontro e della feconda contaminazione di differenti storie, esperienze e culture politiche, che vogliano caparbiamente immaginare il cambiamento, sia l’unica scala per entrare in relazione con un movimento di “indignazione globale” di fronte alla crisi e alla sua gestione, l’unica scala adeguata ad aggredire e mettere praticamente in discussione lo strapotere dei mercati finanziari sulla vita di milioni di persone.Soprattutto perché è solo nella dimensione europea che può concretamente essere posta la questione di una radicale ridistribuzione della ricchezza socialmente prodotta. Infatti, se la retorica della scarsità è oggi l’insopportabile corollario di qualsiasi programma politico-economico di austerity neoliberista, dobbiamo con forza affermare che la crisi nasce da un surplus di ricchezza, da un livello di produttività come mai la cooperazione sociale allargata ha raggiunto nella storia dell’umanità. E da un’ineguale polarizzazione nella sua ripartizione, che ha determinato processi di diffuso impoverimento, così come il consolidarsi di punte di privilegio mai viste prima. Allo stesso modo la questione redistributiva sta alla radice dell’innesco di qualsiasi virtuoso processo di cooperazione e di rinnovato e riconvertito sviluppo. Ed è su scala europea che può essere determinata una nuova politica della fiscalità generale e del reddito, che limiti e provi a ribaltare il divenire rendita finanziaria del moderno profitto industriale e fondi su questo un diffuso ed equo accesso sociale alla ricchezza prodotta.Perciò il tema del processo costituente di un altro spazio politico per l’Europa, e la sua materiale articolazione in termini di relazioni e di proposte, non può che innervare qualsiasi prospettiva alternativa. Per dirla con una formula: mai come oggi lo spazio europeo, anche nella sua forma monetaria, è a rischio; mai come oggi la costruzione di un’Europa politica può apparire impossibile; ma mai come oggi esso è lo spazio costituente necessario alla conquista di un orizzonte di eguaglianza sociale e libertà politica. Il braccio di ferro tra governance finanziaria e movimenti costituenti per l’alternativa comune è appena iniziato. La partita è tutta aperta, se sapremo giocarla con intelligenza e forza.

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