L’effetto stomaco del potere


di Claudio Sanita

Da parecchi mesi sono distante dalle riunioni di autogestione del Laboratorio Sociale, un po’ per lieti eventi di vita, un po’ perchè sono a “fare danni” in altri territori. Prendo pertanto parola a titolo personale, cosa non consueta per chi crede solo ed esclusivamente nei processi collettivi.

Il Laboratorio Sociale lo farà se lo reputerà utile e dopo averlo condiviso in assemblea, come sempre avviene alle nostre latitudini.

L’argomento con cui tenterò di tediare i pochi lettori è l’intervista che l’Assessore di Palazzo Rosso Ferraris ha rilasciato al bravo Marco Madonia di alessandrianews.it. L’Assessore di Confindustria della Giunta Rossa è riuscito a farmi contorcere le budella, considerato il livello di cinismo con cui affronta la questione dei licenziamenti a Palazzo Rosso. Numeri, non donne e uomini, d’altronde quando bisogna fare macelleria sociale chi meglio di un governo di centrosinistra con uomini di Confindustria può riuscire a farla? Neppure ho finito di pensare fra me e me una serie infinita di parolacce rivolte a Mastro Lindo che l’amico Madonia tira in mezzo il Laboratorio Sociale. Ho tremato all’idea che Ferraris potesse spendere belle parole per un’esperienza che insieme a centinaia di altre persone ho contribuito a costruire. Per fortuna risponde alla domanda dicendo di non riuscire a concepire il Laboratorio come luogo di incontro e sostiene di dubitare che sia uno spazio pienamente aperto. Tiro un bel sospiro di sollievo e tutto sommato penso che il buon Ferraris non abbia detto nulla di falso.

Dalle nostre parti, uno che esprime un quinto del suo livello di cinismo, verrebbe preso, come minimo, a manate in faccia, altro che luogo di incontro. Il Laboratorio Sociale non ha mai ambito ad essere un luogo di incontro per giovani rampolli confindustriali, semmai è attraversato da centinaia di precari che verso uno come Ferraris provano un sano odio di classe, senza magari neppure sapere cosa sia l’odio di classe.

Al Laboratorio Sociale transitano centinaia di migranti, le sue porte non sono mai state aperte e mai lo saranno per i razzisti in salsa padana che abbiamo giustamente cacciato a pedate quando se ne è presentata l’occasione.

Il Laboratorio Sociale non è un luogo di passioni tristi in cui discutere di esuberi, ma un luogo dove organizzare la rabbia di chi vede calpestati i propri diritti da una classe politica violenta e stracciona.

Le donne e gli uomini che lo hanno costruito non hanno chiesto a nessuno il permesso di farlo, l’hanno occupato tagliando un lucchetto e sfondando una porta, poi solamente dopo sono stati disponibili a confrontarsi anche con le Istituzioni e non casualmente oggi il Laboratorio è in vendita.

Al Laboratorio Sociale, a differenza dei luoghi di incontro che Ferraris dice di apprezzare, nessuno viene pagato per quello che fa e tutti sono volontari.

Al Laboratorio Sociale si è contro la guerra, senza se e senza ma, non si ospitano gli stand promozionali dell’esercito.

Al Laboratorio Sociale chi viene pagato da pseudo cooperative con borse lavoro da fame è considerato uno sfruttato e il suo padrone uno sfruttatore, per quanto etico.

Quelli del Laboratorio Sociale non si sono mai seduti ad un incontro con l’Assessore Ferraris mendicando un qualche finanziamento.

Al Laboratorio Sociale vengono detestati i contratti precari con cui migliaia di giovani alessandrini vengono sfruttati e se a farli è qualche “compagno” detestiamo lui ancora di più dei contratti.

Ricordo bene quando invitammo Rita Rossa insieme a Mauro Buzzi ad un confronto pubblico presso il Laboratorio Sociale durante le primarie.

In giro c’era euforia per la vittoria dei referendum sull’acqua, per le primavere arancioni dei Sindaci e decidemmo, nell’unico modo per noi possibile, quello pubblico, di confrontarci sulla città con chi si candidava a governarla. Poi qualcuno ci chiese se una nostra compagna si fosse candidata alle elezioni come indipendente e dopo averlo discusso decidemmo che non faceva per noi. Avevamo avuto la lucidità di capire, a differenza di altri “compagni”, che ci sarebbe stato solo ed esclusivamente spazio per la carneficina sociale. Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti, la Rossa ha messo in svendita la città e la sua dignità, Buzzi fa il Presidente del Cissaca e sembra fottersene della ripubblicizzazione dell’acqua. Alessandria Bene Comune voleva dire che bisognava eleggere un Consigliere Comunale nelle fila del PD e avere una presidenza. Punto. Così come Ridateci il Teatro voleva dire ridateci la presidenza del teatro, cosa peraltro avuta e rivelatasi una scatola vuota. Non serviva essere dei critici cinematografici per capirlo.

Questa è la sinistra della città di Alessandria, quella che piace anche agli uomini di Confindustria o che lavora per l’Associazione Piccoli Industriali di giorno salvo millantare appartenenze autonome la notte. Una sinistra che preferisce i salotti comodi e con ottimi buffet dei Giovedì culturali di Cultura e Sviluppo, che non disdegna conversare pubblicamente col Senatore Borioli. Quella per cui la resistenza è un album di figurine sbiadito, due fiori, qualche comizio retorico e una scampagnata all’anno alla Benedicta. Quella che a sentire il nome di G.B. continua a diventare pallida e a dissociarsi da sé stessa. Quella che tifa rivolta in tutto il mondo come se fosse a una partita di calcio e fa i sermoni sulla nonviolenza se vola una pietra in Italia. Quella che tifa Caselli, il magistrato nemico dei movimenti e amico di Libera. Quella che fra i Sindaci Doria e Rossa e i No Tav sta con i primi, salvo sventolare le bandiere con il treno crociato a centinaia di chilometri da casa propria. Quella che si è fatta azienda confrontandosi con le leggi di mercato e non avendo neppure fra le scatole il sindacato. Anche quello nella versione soft che ha permesso ad uno sbirro compagno (ossimoro) di condurre per manina al patibolo i lavoratori comunali di Alessandria.

Perchè tanto astio verso questa sinistra si domanderà forse qualcuno? Perchè è il primo ostacolo vero da abbattere perchè si affermi il movimento reale che abolisca lo stato di cose presenti: quello che questa sinistra nella versione chic continua a chiamare comunismo. Perchè a ben vedere, questa sinistra non è così diversa da quella messicana. Nel 2008 partecipai per la seconda volta ad una carovana nei territori zapatisti del Chiapas e durante un incontro con il Subcomandante Marcos egli spiegò:

…In Messico continua questa aspettativa: che la sinistra possa arrivare a governare senza smettere di essere di sinistra. Spagna, Italia, Francia, Grecia, praticamente tutti i paesi al mondo possono rendere conto del contrario: di gente di sinistra, coerente – non necessariamente radicale – che smette di esserlo nel momento in cui arriva al potere. Varia la velocità, varia la profondità, ma inevitabilmente si trasformano. Questo è quello che noi chiamiamo “l’effetto stomaco” del potere: o ti digerisce o ti trasforma in merda…

Buon ascolto

 

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