Un anno di lotta per il diritto all’abitare ad Alessandria guardando al domani


Per i movimenti di Alessandria l’anno solare del calendario, da gennaio a dicembre, non è mai combaciato con quello politico che si apre normalmente a fine agosto con le prime riunioni e si chiude a luglio. In particolar modo questo è il calendario dal basso che segna da sempre la lotta per il diritto all’abitare che nel mese di agosto, con la sospensione delle esecuzioni degli sfratti, permette di rifiatare e di prepararsi ad una nuova stagione di lotta. E’ in questo tempo di riflessione che ci permettiamo di mettere nero su bianco alcune considerazioni sull’anno passato e in particolar modo sul nuovo ciclo di lotta per il diritto all’abitare, il terzo dal lontano 2007, apertosi con l’occupazione dell’ex Banca d’Italia il 1 maggio dell’anno scorso nella centralissima Piazza della Libertà, a due passi dalla Prefettura e dal Municipio. Un’iniziativa che ha ridato finalmente centralità ad una delle questioni sociali più rilevanti della città imponendo per mesi l’agenda del dibattito pubblico per le strade, le piazze e persino sulla stampa mainstream. La solidarietà concreta sviluppatasi in quel periodo con la successiva occupazione della struttura di via Verona, nel cuore della città che amiamo, quella meticcia, solidale e antirazzista ben ci ha dato il senso di anni di lavoro di radicamento sociale costruito con fatica giorno per giorno attraversando le contraddizioni reali della città ed evitando i salotti buoni della sinistra per bene. Ben scavato vecchia talpa!

Una fase in cui l’amministrazione comunale di Alessandria ha cercato tatticamente di mantenere un rapporto di confronto dialettico con il movimento da cui sono scaturite soluzioni parziali per le vite delle famiglie resesi protagoniste delle due occupazioni. Un rapporto andato in frantumi a settembre a seguito del tentativo di esecuzione di uno sfratto a sorpresa alle 6 del mattino con tanto di fabbro che ha letteralmente sfondato la porta di una famiglia mentre dormiva e con la conseguente occupazione rabbiosa dell’ufficio del Sindaco. Da quel giorno ogni canale si è chiuso e non abbiamo più dovuto perder tempo in incontri e discussioni informali che hanno sempre dimostrato, innanzitutto, la mancanza di volontà e l’incapacità politica da parte della Giunta Rossa di immaginare una città solidale in cui garantire per tutti il passaggio da casa a casa. Un diritto elementare quello per cui nessuno debba essere sfrattato se non per entrare in una nuova casa insieme alla propria famiglia. Un diritto elementare per tutte le persone di buon senso, ma non per l’amministrazione comunale cittadina e per quel mondo peloso del privato sociale che collabora con la Giunta nella gestione senza risultati concreti e tangibili di una crisi sociale ogni giorno sempre più devastante.

Siamo così arrivati fra decine di picchetti antisfratto, giornate passate allo sportello del Laboratorio Sociale e la consueta assemblea settimanale del movimento ad imboccare la strada che ci ha permesso di tornare a respirare a pieni polmoni. Dopo un attento e complesso lavoro di mappatura della città abbiamo finalmente trovato le case che cercavamo e le occupazioni di sei palazzine al quartiere Cristo nei mesi di ottobre, febbraio e maggio hanno reso palese ed evidente a tutti che l’alternativa dal basso esiste e macina risultati. Occupazioni in cui vivono circa 150 donne, uomini, anziani e bambini insieme in un esperimento di convivenza sociale che, pur non esente da difficoltà, segna il passo di un’alternativa reale. Famiglie che autogovernano le loro case e loro vite senza bisogno di nessun amministratore di condominio riscoprendo che la solidarietà e la cooperazione sono gli antidoti migliori alla crisi e al proliferare in Italia di una destra xenofoba, razzista e fascista che rialza la testa. Anche i più scettici nei confronti dell’agire dei movimenti dovrebbero riconoscere che se nella città di Alessandria non vi sono stati episodi gravi di intolleranza come verificatisi in altre città questo è principalmente dovuto all’assenza di spazi in cui far proliferare la guerra dei poveri contro altri poveri. Lo slogan fascista del “prima gli italiani” e il tentativo di sedimentarlo fra gli strati popolari si sconfigge affermando e praticando che prima vengono i poveri, gli ultimi, i senza reddito, gli sfrattati, i senza diritti, che siano italiani o migranti. La nostra opzione è quella dell’organizzazione di chi sta in basso contro chi sta in alto, di chi subisce gli effetti della crisi contro chi l’ha creata, con la crisi si è arricchito e oggi tenta di gestirla cercando di annientare una conflittualità sociale emergente.

Da ultimo è stato importante intrecciare le strade delle famiglie che da sole, in forma non organizzata, hanno occupato le case popolari lasciate vuote da anni di mala gestione del patrimonio pubblico da parte dell’Atc. Famiglie che si sono viste recapitare gli sfratti esecutivi e con cui si è costruito una risposta pubblica di piazza impedendo che quegli sfratti venissero eseguiti. Con le cento case popolari occupate in città i numeri delle persone che vivono all’interno di occupazioni abitative sono impressionanti. Per difetto è possibile stimare che siano più di seicento e centinaia sono gli sfratti esecutivi fissati da inizio settembre. In questa situazione noi vediamo una possibilità, quella di organizzarsi, resistere, vincere e dimostrare che è possibile piegare quelli che stanno in alto e incominciare a costruire una nuova idea di città.

Fuori da ogni trionfalismo pensiamo di aver attraversato un anno importante in cui è cresciuta una nuova generazione di militanti e si è rafforzata non poco la soggettività antagonista allo stato di cose presenti. Con tutta franchezza quello che abbiamo è solo una piccola parte di quello di cui abbiamo bisogno e per essere all’altezza dello scontro che siamo certi si riaprirà a settembre, abbiamo ancora necessità di crescere e la lucidità di rifuggire dal tentativo di autoconservazione di quanto costruito fino ad oggi.

Una necessità che condividiamo coi tanti nodi della rete nazionale di Abitare nella Crisi che dalla grande intuizione del 19 ottobre del 2013 ha saputo sedimentarsi, crescere e rappresentare, dal nostro punto di vista, il luogo migliore in cui abitare con tanti altri lo spazio del movimento. Se l’attacco del capitale avviene su tutti i fronti, dalla casa alla negazione dei diritti di cittadinanza, dalla ristrutturazione del mondo del lavoro ai tagli alla sanità pubblica, dalla “buona scuola” di Renzi alla messa al lavoro gratuito dei rifugiati, è su un terreno di complessità e ricomposizione sociale possibile che si gioca la partita della resistenza. La stessa composizione sociale delle centinaia di occupazioni abitative disseminate per lo stivale parla quotidianamente di questo, di persone in carne e ossa che vengono quotidianamente attaccate su più fronti. Ed è su più fronti che occorre rispondere. Nonostante il buono stato di salute di Abitare nella Crisi, ci piace invece pensare che stia attraversando una crisi di crescita da cui è possibile uscire tremendamente più forti. Ci permettiamo di suggerire due nodi che abbiamo iniziato ad affrontare nell’assemblea di Venaus e che dal nostro punto di vista dovrebbero animare la discussione a partire da settembre.

Il primo è quello “antico” dell’organizzazione. E’ oggi possibile, ma soprattutto utile al movimento, immaginare di essere qualcosa di diverso da una semplice rete? Pensiamo, fatte salve le differenze, che l’esperienza dei 230 nodi della Pah spagnola ci parlino di una possibilità. Un’esperienza, quella della Pah, da studiare a fondo provando a coglierne i punti di forza e interrogandosi sulle debolezze. Pensiamo che la potenzialità di veder nascere e crescere in centinaia di città la lotta per il diritto all’abitare passi anche da alcune scelte soggettive che si possono compiere e dalla capacità di sapersi affermare con continuità nel dibattito pubblico. Altra questione fondamentale è quella di assumere fino in fondo il terreno della comunicazione come luogo di scontro e anche questo necessita, forse ancor più che altre questioni, di organizzazione. Una condizione necessaria per affrontare con forza la priorità della battaglia per l’abolizione del piano casa e per muovere i primi passi nella direzione dell’opposizione ai pignoramenti che permetterebbe di intrecciare e organizzare la resistenza di quel ceto medio duramente impoverito dalla crisi.

Il secondo riguarda la necessità di quella che noi, fedeli alla nostra storia, continuiamo a chiamare lotta per il reddito di cittadinanza (ma non è con tutta evidenza un problema semantico). Una battaglia che se vuole avere qualche possibilità di vittoria dobbiamo immediatamente far uscire fuori dai banchi delle aule parlamentari. Sono come sempre i rapporti di forza quelli che costruiscono la possibilità di una vittoria e la battaglia per il reddito non si può scambiare semplicemente per la battaglia a favore di una legge che introduca il reddito di cittadinanza. Parlare della battaglia sul reddito significa innanzitutto capire come strappare alla rendita il reddito che viene negato. Se sulla questione del diritto all’abitare questo è stato ben declinato attraverso la pratica delle occupazioni, quali possono essere i terreni dell’agire possibile per le altre questioni sul tappeto? Come si riconquistano denaro, trasporti, cultura, servizi? Come possono riappropriarsi i senza reddito di ciò che viene loro negato? Queste le domande che sentiamo di porci e dalla nostra misera cassetta degli attrezzi pensiamo si debba ragionare intorno ai nodi del mutualismo, della cooperazione, della disobbedienza, dell’insubordinazione come pratiche di massa includenti finalizzate alla redistribuzione sociale della ricchezza.

Questa è la discussione che sentiamo il bisogno di fare con tanti altri a partire dal fatto che abbiamo in testa più domande che soluzioni. Quello che sappiamo è che ci interessa esclusivamente la materialità delle contraddizioni sociali, la possibilità della determinazione di rotture costituenti, la possibilità di un’alternativa reale qui ed ora alla miseria che il capitalismo ci ha riservato. Non nascondiamo che quando ci confrontiamo con questo proviamo soggettivamente un fortissimo senso di insufficienza e non ci sentiamo ancora all’altezza della sfida che sappiamo di avere davanti. L’unica certezza che abbiamo è che le scorciatoie sono, come sempre, non solo impossibili ma mai come ora dannose. E’ per questo che siamo non disinteressati ma nemici di proposte di coalizione sociale che ci paiono al più coalizioni a freddo di un ceto politico alla continua ricerca di qualcosa o qualcuno da rappresentare. Non per cambiare le cose, sia chiaro, ma esclusivamente per conservare grandi o piccole rendite di posizione.

Siamo solo ed esclusivamente interessati al movimento reale che ha l’ambizione di abolire lo stato di cose presenti.

 

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