Abitare nella crisi: verso un marzo di lotta!


Di seguito il report dell’assemblea nazionale di Abitare nella Crisi, svoltasi sabato 14 e domenica 15 gennaio nell’occupazione di via del Porto Fluviale a Roma, da Abitare nella Crisi:

L’assemblea di domenica 15 gennaio nell’occupazione di via del Porto Fluviale a Roma non ha faticato molto a comprendere il senso dell’incontro. La composizione sociale che l’ha caratterizzata ha espresso bene la necessità di andare oltre al tema dell’abitare e del diritto alla casa. L’attivismo che si è confrontato in quasi 4 ore di interventi ci racconta la complessità della sperimentazione in atto e la ricchezza delle risorse umane che si sono mosse in questi mesi, caratterizzando in qualche modo anche la costruzione del no sociale al referendum del 4 dicembre.

Il ruolo dei militanti e la contaminazione avvenuta dentro le lotte tra diverse espressioni della precarietà, nel mondo del lavoro e fuori da esso, ha fatto si che pratiche e modelli organizzativi si siano potuti riconoscere in spazi comuni sempre più numerosi. Insieme si è potuto comprendere meglio la qualità della composizione intercettata finora e si sta provando a definire gli strumenti di analisi per arrivare a quella intercettabile, una massa enorme di disagio sociale che cova sotterranea, che trova sfogo dentro derive xenofobe, che è stata cooptata dentro il voto per i 5 stelle, che si è espressa rabbiosamente con il voto contro Renzi il 4 dicembre scorso.

Capire la solidità delle gambe sulle quali poggiare i prossimi percorsi è stata perciò la bussola del confronto nazionale e la disponibilità dimostrata da diverse reti e realtà territoriali sta confortando questa scelta. La necessità di dare un contributo chiaro all’assemblea convocata per il 22 gennaio a Roma, ha fatto in modo che temi come la povertà e la cancellazione progressiva degli strumenti di welfare di prossimità, fossero affrontati, avviando così un confronto puntuale sulle risposte da produrre e le alleanze naturali anche tra diversi siano possibili.

Il rifiuto delle briciole e la difesa delle pratiche di riappropriazione, sono due degli elementi che hanno caratterizzato le parole usate in più di un intervento. L’idea che il paese venga da diviso tra chi ce la fa e chi diviene sempre più povero, appare ormai un tratto distintivo di chi governa, sia che si chiami Renzi o che si chiami Gentiloni. Prefigurare forme di welfare estremo come il reddito di povertà, dopo aver introdotto precarietà, voucher, buona scuola e articolo 5 nel piano casa, la dice lunga sulle prossime politiche economiche italiane, sempre più subalterne ai diktat europei e agli interessi della rendita. Non c’è più spazio per ascensori sociali di sorta, ci sono i benestanti e ci sono i poveri. Se non bastano le briciole allora si interviene con il controllo sociale e con i presìdi securitari sul territorio, individuando nella povertà e nel disagio un pericolo da sorvegliare con attenzione.

L’ipotesi di discontinuità successiva all’esito referendario o legata a risultati elettorali favorevoli al movimento 5 stelle, sta dando segni di scarsa concretezza. Soprattutto per la composizione sociale che noi organizziamo, una realtà meticcia dove i migranti sono sempre più avanguardia e non retrovia o massa di manovra addomesticata da scaltri politicanti. Questa realtà ci impone un’ulteriore riflessione sulle caratteristiche dell’attivismo proveniente dalla lotta per la casa, dalla logistica e dai braccianti nelle campagne meridionali. Diventiamo sempre più una realtà sociale con pratiche e attitudini modificate dall’innesto di questa nuova linfa vitale. In rottura profonda con le forme della rappresentanza che abbiamo conosciuto fino ad oggi. Anche il sindacalismo di base è costretto ogni giorno ad interrogarsi su questo.

L’idea e la pratica della riappropriazione automaticamente declina il riuso delle città e dei territori forse poco neo-municipalista o bene-comunista, ma resta per ora la forma maggiormente capace di portare quantità e qualità alle lotte, di entrare in relazione con altre mobilitazioni e di agire il conflitto dove meno te lo aspetti. Producendo anche dinamiche dentro la pancia del paese attratta dalla guerra tra poveri, capaci di alimentare contraddizioni e di togliere vento all’introduzione di concetti “prima gli italiani” o “prima di tutto la sicurezza”.

L’aspetto sovversivo del nostro percorso sta proprio dentro questa capacità di essere “no sociale” convinto ed organizzato, capace di vincere e di avere un agenda autonoma delle lotte e delle rivendicazioni. Che sappia riconoscersi dentro le differenze e muoversi unito dentro la prossima stagione di lotte.

Sarà necessario opporsi immediatamente alla svolta securitaria del neo ministro Minniti e del capo della polizia Gabrielli. In questo senso dichiarare il diritto alla libera circolazione, alla residenza per chi la richiede, alla dignità di un tetto e di un reddito, al diritto allo studio e alla salute e costruire un mese di mobilitazione generalizzata nel mese di marzo in ogni angolo del paese, a sostegno di questa dichiarazione che potrà essere formalizzata dentro le iniziative che si produrranno e che potrà rappresentare una piattaforma condivisa e maggioritaria.

Ci viene naturale a questo punto mobilitarci la prima settimana di febbraio in modo dislocato, raccogliendo la proposta della rete “campagne in lotta” e declinandola nelle forme e nelle pratiche che ogni territorio si darà per affermare libertà di movimento e tutela dei diritti sul lavoro, diritto alla casa e alla residenza.

Con questo documento condiviso diamo il nostro contributo all’assemblea del 22 gennaio, pronti a ragionare sulla necessità che la ricorrenza della firma dei trattati della UE, che i signori dell’austerità e dei confini d’Europa vorrebbero celebrare il 25 marzo e la presenza del G7 in Italia nella prossima estate, sia salutata da una massiccia mobilitazione sociale.

Abitare nella Crisi

Report dell’incontro di sabato 14 gennaio:

La prima delle due giornate di Abitare nella Crisi, attraversato da molte realtà territoriali e di lotta, ha restituito la fotografia della posta in gioco nell’articolazione di quel No Sociale che, negli scorsi mesi, ha visto diverse realtà mobilitarsi per agire dal basso la partita referendaria tramite il percorso di #Cèchidiceno, culminato nell’appuntamento di piazza romano del 27 novembre, e la cui sfida è stata già rilanciata nell’appuntamento del 22 dicembre alla Sapienza di Roma.

L’assemblea, arricchita dalla partecipazione di nuove realtà cittadine come Lucca, si è aperta con una discussione della fase politica scaturita dalla data del 4 dicembre in poi, e delle modalità di ristrutturazione del Renzismo sotto (neanche troppo) mentite spoglie con il neo esecutivo Gentiloni che, a toni “mediaticamente” più pacati, ha abbinato una virulenta stretta securitaria nei confronti dei migranti e della libertà di movimento, fino alla promessa del reddito di povertà come contropartita per stringere le maglie del controllo sociale sulla parte non più solvibile della popolazione.

La seconda direttrice di dibattito è stata l’analisi lucida e franca della composizione ambivalente, contraddittoria e potenzialmente ostile a percorsi di lotta agiti da quella composizione meticcia resa oggetto degli sciacallaggi politici di destre e discorsi securitaria che ha composto il No maggioritario contro la riforma costituzionale, e Renzi in primis, dentro le urne, ma che ancora stenta a riversarsi ed esprimersi nelle piazze.

Infine, la questione del salvataggio delle banche e del diritto all’insolvenza sbattuto in faccia dal capitale finanziario a un numero crescente di pover* sempre meno solvibili e schiacciati dalla polarizzazione tra popolazione solvibile e non solvibile è stato assunto come ulteriore terreno di scontro per ribadire la legittimità di pratiche conflittuali e di riappropriazione che rompano la vetrina della “pacificazione democratica” e affermino la legittimità della rabbia sociale contro un sistema sempre più iniquo e strutturalmente diseguale.

A partire da queste considerazioni,le realtà presenti si sono interrogate sulle modalità per dare al percorso di Abitare nella Crisi le gambe necessarie per fare esplodere la latenza insita nel No referendario, e come articolarlo nella direzione di una ricomposizione che si opponga tanto alle polarizzazioni di classe tra popolazione solvibile e non, quanto agli strali razzisti improntati al “Prima gli italiani”.

Proprio il tema della ricomposizione a partire dalle battaglie messe in atto da una composizione meticcia davanti ai cancelli della logistica, nelle case occupate, nelle campagne infestate dal caporalato, per la libertà di movimento, e gli esperimenti di connessione con vertenze come quella di Almaviva è stato oggetto di diversi interventi, che hanno colto nel meticciato, nella tessitura di solidarietà nuove e nella politicizzazione della vita quotidiana la stella polare per agire tre fronti di crescente importanza in questa fase politica.

Il primo, e forse più immediato, è il tema della libertà di movimento e del rifiuto del paradigma della sicurezza come scusa per perpetrare quel sistema di inclusione differenziale irregimentato e istituzionalmente razzista che ha causato tanto la morta di Sandrine nel CPA di Cona che la morte tra le fiamme di Ali all’ex-Aiazzone di Firenze per recuperare il pezzo di carta cui era legata la sua formale legittimità. Si è perciò assunto il terreno della lotta alla riapertura dei CIE su base territoriale, il tema della governance europea dei confini e contro il business dell’accoglienza come terreno conflittuale da agire nei diversi territori a partire dalla composizione che già attraversa i movimenti per il diritto all’abitare e le realtà di lotta intervenute all’assemblea.

Il secondo fronte, e il più ambizioso, è quello che punta all’allargamento della base materiale e sociale dei Movimenti per coagulare la diffusa sfiducia contro le istituzioni e una classe politica sempre più autoreferenziale e autorappresentativa. Il tema della solidarietà tra lotte fino ad oggi segmentate è stato ritenuto ancora più centrale non solo a partire da esperienze di conflitto come quelle di Si Cobas e Campagne in Lotta, ma soprattutto come orizzonte verso cui tendere alla luce della sempre più dirimente questione del reddito di povertà e dell’istituzione di un vero e proprio workfare come moneta di scambio per imporre un controllo sociale sempre più stringente. Il tema del lavoro è stato analizzato da molte realtà specialmente alla luce della precarietà che è diventata la cifra distintiva di quella cosiddetta “generazione Erasmus” che vive il rapporto con l’Unione Europea con crescente inimicizia come foriera di austerity, mobilità forzata e precarizzazione estrema tramite la generalizzazione della forma voucher, del lavoro non pagato e della flessibilità estrema come forma non solo di lavoro, ma di vita.

Il terzo fronte è quello relativo alla questione territoriale, che, come sempre, ha restituito la ricchezza delle pratiche messe in atto in territori eterogenei ma con parole d’ordine comune che danno corpo e materialità allo slogan “Dalla Valle alla Metropoli” che ha dato vita a quel 19 ottobre spesso e volentieri evocato come suggestione a cui continuare ad ambire. Se per esempio a Brescia la battaglia contro pignoramenti e tribunali giudiziari diventa un nodo sempre più dirimente per gli sportelli antisfratto sul territorio, a Pisa la questione del canone di affitto sociale per morosità ha trovato una soluzione imposta dal conflitto all’emergenza sfratti che, a Torino, vive nuove punte conflittuali con l’istituzionalizzazione dello sfratto a sorpresa (art. 610 c.c.) come modalità per fiaccare le pratiche di solidarietà, mentre a Cosenza e Roma il tema della requisizione e del recupero resta l’obiettivo da mettere all’ordine del giorno del’agenda politica.

Per tutti, come lotta da riportare sui territori, quella da sanare contro il Piano Casa di Lupi che, nei suoi vari articoli ostili ai percorsi di movimento (dall’art. 3 sull’alienazione del patrimonio pubblico all’ormai tristemente noto art. 5 sulla residenza e le utenze) rimane una ferita aperta da sanare con urgenza, oltre al contrasto di tutti quei tentativi di rigenerazione speculativa e valorizzazione finanziaria presentata come formula di risoluzione del degrado e di aumento della sicurezza a cui opporre percorsi di riappropriazione, autorecupero e rigenerazione urbana dal basso. In ultimo, tutte le realtà intervenute hanno dedicato particolare attenzione alla questione repressiva, e sottolineando la volontà di mettere in campo strumenti collettivi e condivisi da diverse città per contrastare l’ormai dilagante uso delle misure di prevenzione (dalle multe alle sorveglianze speciali), di strumenti amministrativi (come la negazione dei permessi di soggiorno per motivi di pericolosità sociale agita nel caso di Marcelo) e in generale la tendenza a neutralizzare il conflitto e minarne la riproducibilità derubricando i problemi sociali ad un mero problema di ordine pubblico.

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