Scandalo rifiuti: il punto della situazione e le intercettazioni


Siamo finalmente giunti in possesso delle carte dell’inchiesta sullo smaltimento illecito di rifiuti tra le province di Brescia, Alessandria e Savona, ormai nota come “scandalo ARAL”.

Al contrario delle rassicurazioni della politica, dopo aver letto le intercettazioni il quadro appare molto grave. Prima di passare alle singole responsabilità, però, occorre fare una precisazione. L’ordinanza di custodia emessa dal Gip non è il lavoro del Pm, ma un atto che ne esamina il lavoro e stabilisce la correttezza delle misure cautelari richieste. Nelle carte in mano nostra vengono dunque trattati i reati, come commessi da singoli e società, senza esaminare il lato “politico” della vicenda. Di fatto, le società coinvolte sono di diritto privato, ma a capitale pubblico. E saldamente in mano alla politica. Questo nell’ordinanza non si legge e su Ezio Guerci, vero trait d’union tra politica e imprese, non sono state richieste misure cautelari.

Le circa 300 pagine della procura di Brescia si possono suddividere in tre tronconi:

  • quello che riguarda esclusivamente la Lombardia, da cui è partita l’inchiesta
  • quello che riguarda ARAL e SRT
  • quello che riguarda la provincia di Savona

A Vobarno, in provincia di Brescia si è sviluppato l’incendio che ha consentito, in maniera del tutto fortuita, di scoprire i primi rifiuti gestiti in maniera illecita dal signor Lancini, che di Vobarno è anche sindaco. Era diventato famoso, solo qualche settimana fa, perché nel suo paese ci fu una rivolta contro l’arrivo di 35 profughi sfociata nell’incendio della struttura che avrebbe dovuto ospitarli. I migranti non sono arrivati, in compenso 1000 tonnellate di rifiuti non autorizzati sì. Da lì, gli investigatori sono risaliti al fulcro dell’inchiesta, l’imprenditore dei rifiuti Paolo Bonacina, la cui pista ha portato alla provincia di Alessandria.

I meccanismi con cui il traffico illecito veniva portato avanti erano gli stessi in ogni territorio: Bonacina, tramite una delle tante strutture societarie che gestiva, partecipava ad una gara per lo smaltimento di quantità variabili di rifiuti, comunque nell’ordine di decine di migliaia di tonnellate. Nel caso di Alessandria, il subappalto veniva da HERAmbiente, il ramo rifiuti del colosso emiliano targato PD. Il bresciano acquisiva il lotto per un compenso di circa 100 euro a tonnellata e lo girava ad un’azienda come ARAL per una cifra inferiore del 10-20%, realizzando un immediato guadagno. Poi gestiva anche la parte illegale del “giro bolla”, ovvero le lavorazioni fittizie che portavano ad un guadagno netto di circa 50 euro. Ai siti che poi stoccavano effettivamente il materiale andavano soltanto le briciole, circa 20 euro a tonnellata. Il meccanismo si replicava, con minime differenze, anche nel savonese.

Gli autotrasportatori intercettati spiegano come si svolgevano le operazioni: i camion entravano, scaricavano poco materiale in modo da far risultare un peso diverso in uscita, e venivano instradati verso le discariche SRT di Novi e Tortona. In mancanza della lavorazione aerobica, e non rispettando i tempi necessari, i rifiuti provocavano odori molto forti di cui si lamentavano gli abitanti vicini alle discariche interessate. Addirittura nella discarica esaurita di Castelceriolo, attigua all’impianto di trattamento usato per la truffa, venivano tombati i rifiuti “tal quali” e ricoperti di terra, usando un percorso interno all’azienda e senza produrre alcun documento. Semplicemente sparivano.

Questa, in massima sintesi, è la meccanica dei fatti. Ma se da una parte si gestiva tecnicamente il traffico, dall’altra il management delle aziende e la politica erano, a quanto pare, bene al corrente della situazione. I vari De Lucchi, Guerci, Rossa, ma anche i vertici di SRT di Novi Firpo e Cattaneo, si sono detti totalmente estranei alle vicende fin dall’inizio. Ma mentono: ci sono le intercettazioni che provano il contrario. De Lucchi sapeva come venivano gestite le cose in ARAL, addirittura durante un’ispezione dei Noe l’intera società si attivava per produrre falsi documenti per giustificare la presenza di rifiuti in eccesso rispetto alle autorizzazioni.

Mentre a Novi Ligure i vertici di SRT sapevano che quei rifiuti non erano regolari, perché puzzavano, tanto, ed avevano un codice CER diverso da quello che avrebbero dovuto avere. Il Presidente di SRT Mallarino, che da giorni va dicendo che non c’è nessun indagato in SRT (ragion per cui nessuno deve dimettersi), e che nessuna ecoballa da Napoli è stata conferita a Novi, viene impietosamente smentito dall’ordinanza. I camion arrivano da Caivano con un codice e ripartono subito per Novi con un altro codice. E non solo Firpo e Cattaneo sono indagati, ma per loro il Pm aveva richiesto i domiciliari, poi rigettati dal Gip.

Ezio Guerci e la consorte Rita Rossa, poi, che hanno avuto il coraggio di negare le pressioni e la tangente sotto forma di Suv da 30000 euro, sono smentiti dall’incontro documentato con i vertici di A2A per l’acquisizione di ARAL.

Si legge inequivocabilmente quello che era stato il sospetto fin dal primo giorno dell’inchiesta, ovvero che l’obiettivo dell’intera operazione fosse risanare i conti di ARAL per poi venderla ad A2A.

Bonacina avrebbe allargato in maniera stabile il suo raggio d’azione e si sarebbe garantita la prosecuzione di questo metodo criminale per gli anni a venire, se non fosse stato per un incendio in un capannone nel Bresciano.

Non è più prorogabile, a questo punto, porsi una serie di domande su come siano gestiti i rifiuti in questa provincia, quanto incidano queste ruberie sull’ambiente, sulla vita delle discariche e, ultimo ma non meno importante, sulle tariffe rifiuti sempre più salate che pagano i cittadini.

Siamo di fronte ad un paradosso mostruoso: lo Stato che prende esempio dalla mafia. Manager pubblici e privati che usano tecniche viste in “Gomorra” per ripianare i debiti di una municipalizzata, per poi svenderla.

Si sono invertite le rotte del traffico ed i protagonisti: dopo tanti anni in cui i rifiuti degli industriali del nord venivano interrati nella terra dei fuochi grazie al lavoro dei broker mafiosi, ora sono mediatori bresciani a portare nelle discariche del nord i frutti della gestione emergenziale di Napoli e Roma. Se fino ad oggi leggere le inchieste su questo genere di traffici era un esercizio linguistico che richiedeva la conoscenza dei dialetti del sud, ora nelle intercettazioni l’intercalare più ricorrente è “pota”.

Questo succede un po’ perché tutti hanno capito che il gioco è semplice, redditizio e poco rischioso (processi lunghi e complicati, pene fino a sei anni, ovvero rischio di carcere poco o nullo), un po’ perché la gestione privatistica delle aziende municipalizzate permette alle stesse di sfuggire al controllo dei consigli comunali di pertinenza, dove qualcuno potrebbe avere l’ardire di gestire le cose onestamente. Inoltre negli ultimi due anni il gioco è stato ulteriormente facilitato, come d’altra parte dice anche il Pm, dalle semplificazioni sancite dal decreto “sblocca Italia” di Renzi.

Ed è ora di dire chiaramente che non è più accettabile l’ambiguità della politica sui nuovi progetti di discarica: è ricorrente, nell’inchiesta, il tema dello spazio. ARAL avrebbe avuto bisogno di più spazio per lavorare e stoccare rifiuti, perché per risanare i conti aveva incamerato molto più materiale di quanto potesse gestire. Da Napoli, da Roma, più tutto l’umido di Genova. Il presidente di ARAL, Fulvio De Lucchi, lavora anche come consulente per chi vuole aprire una nuova grande discarica nella nostra provincia, a Sezzadio, sopra la falda acquifera più importante del nostro territorio. Ad autorizzarla, gli stessi personaggi politici che ricorrono in questa inchiesta. È tollerabile che si continui con questa strategia politica volta a trasformare la nostra provincia nella pattumiera d’Italia, per la gioia di questa incrostazione di potere locale e di qualche industriale lombardo?

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